sabato 29 aprile 2017

Intervista con lo storico e linguista Claudio Marazzini, Presidente dell'Accademia della Crusca


Intervista con lo storico e linguista Claudio Marazzini ( nella foto a destra ), Presidente dell'Accademia della Crusca ( intervista di Filomena Fuduli Sorrentino  nella foto a sinistra ). La lingua italiana, che soffre della mancanza di identità collettiva e conoscenza della storia da parte degli italiani, ha troppi "forestierismi"? "Nel 1861 l'Italia fu fatta in maniera un po' improvvisata... Gli squilibri erano tanti, anche nel campo dell'educazione civile... Sentire la dignità della propria lingua non vuol dire essere fascisti"  
La lingua italiana è molto bella ma ultimamente si legge parecchio sull’uso spropositato, e ingiustificato, di forestierismi tra i giovani italiani, fenomeno che fa riflettere a lungo non solo sulla linguistica ma anche sulla psicologia sociale connessa al comportamento dei giovani italiani. Così, per capire questa diffusione di forestierismi abbiamo intervistato Claudio Marazzini, Professore ordinario di Storia della lingua italiana e Linguistica italiana nella Facoltà di Lettere dell’Università del Piemonte Orientale “A.Avogadro” (Vercelli) , linguista e saggista italiano e membro della “Società Italiana di Glottologia”. Il 23 maggio 2014, Marazzini è stato eletto Presidente dell’Accademia della Crusca.
Marazzini è autore di numerosi saggi, articoli e volumi su temi, relativi alla questione della lingua, alla storia linguistica regionale, ai rapporti lingua-dialetto, al linguaggio letterario, alla cultura popolare orale, alla storia della linguistica, alla lingua della scienza, e alla storia della lingua italiana.
Professor Marazzini, il fenomeno delle lingue che evolvono si è verificato attraverso i secoli. Le lingue cambiano con termini linguistici dalle provenienze più svariate, arricchendosi o impoverendosi. Qual è la situazione attuale della lingua italiana su questo tema?   
“Ovviamente si muove, così come si muovono tutte le lingue.  Però l’italiano vive gli effetti di una condizione speciale, tutta sua: non si è mosso un gran che dalle origini fino all’Ottocento, ma si muove di più oggi, perché dall’Unità d’Italia del 1861 in poi è diventato una vera lingua di popolo, mentre prima era soprattutto la lingua di una ‘élite’ intellettuale”.
Negli USA l’immigrazione è un fenomeno strutturale della società americana che rappresenta anche un’opportunità di arricchimento. In Italia, invece, il flusso d’immigrazione non è ancora un fenomeno strutturale, anche se in tutto il paese le scuole diventano sempre più eterogenee. Professore, possiamo parlare di causa ed effetto riguardo agli stranieri che vivono in Italia e di come l’italiano si evolve con termini stranieri? 
“Credo che l’immigrazione non abbia alcun rapporto con i cambiamenti dell’italiano. Prima di tutto il numero totale delle persone che arrivano e si fermano è ancora percentualmente limitato. Poi costoro non sono portatori di una lingua unica, perché arrivano da località molto diverse. Semmai hanno il problema di imparare l’italiano per integrarsi. Non possono influenzare l’italiano perché chi influenza deve avere ‘prestigio’ linguistico, e questi poveretti non ne hanno. Non si tratta certo di immigrazione intellettuale!  Sono persone disperate in fuga, e molte volte non vogliono affatto restare in Italia, ma sperano di raggiungere altri paesi europei”.  
Lei ha condotto degli studi sull’uso dei forestierismi nella lingua italiana. Quali lingue influenzano maggiormente l’italiano?  
“Ovviamente l’inglese, un po’ perché la cultura americana è dominante, un po’ perché una certa quantità di italiani ha la testa in America e non capisce più niente che non sia americano. Una reazione che a volte sembra degna di individui sottosviluppati e senza una propria storia”.  
La lingua è la nostra identità. Al Convegno “La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi “, Lei ha affermato: “In Italia manca il senso d’identità collettiva e una buona conoscenza della propria storia e della propria lingua.” Lei come spiega la mancanza dell’identità collettiva e la conoscenza della storia in Italia?
“La spiego con la realtà di uno stato molto giovane, nato nel 1861 quasi per caso, per l’azzardo di un re, Vittorio Emanuele II, che andò al di là del calcolo più razionale del suo ministro Camillo Benso di Cavour.  In ogni modo nel 1861 l’Italia fu fatta, seppure in maniera un po’ improvvisata, e nel 1870 ebbe anche la sua capitale, Roma. Gli squilibri erano tanti, economici e culturali, e anche nel campo dell’educazione civile. Ne paghiamo ancora le conseguenze, ma il processo è ormai irreversibile. Le cose dovrebbero via via migliorare”.  
Parlando di forestierismi non si può fare a meno di ricordare l’imbarazzante politica linguistica di Mussolini durante il Fascismo. Come si affronta il problema del forestierismo senza esitare, ma evitando atteggiamenti d’intolleranza già manifestati durante il Fascismo?
“Credo che la lezione migliore sia guardare agli altri europei neolatini. Possiamo confrontarci con Francia, Spagna e Portogallo. Così potremo superare il complesso di essere stati fascisti dal  1922 al 1943. In questo modo, forse, ci renderemo conto che sentire la dignità della propria lingua non vuol dire necessariamente essere fascisti, anzi il contrario”.   
Lei è autore di circa duecento pubblicazioni, tra libri, saggi in riviste nazionali e internazionali, ed edizioni critiche. Nel suo libro, Italia dei territori e Italia del futuro. Varietà e mutamento nello spazio linguistico italiano , a pagina 209, parla dell’egemonia. Il concetto politico usato da Antonio Gramsci, che annotò l’importanza nel popolo che riceve e accoglie le innovazioni linguistiche. Il concetto fu utilizzato anche da Pasolini, come riferimento alla nuova borghesia industriale del dopoguerra. Possiamo ritenere che l’uso di forestierismi nella lingua italiana di oggi sia un concetto di egemonia popolare? E come spiegarlo?
“Attenzione: l’egemonia di cui parlava Gramsci, quando osservava quali fossero le fonti di innovazione linguistica a cui il popolo era più sensibile, non era “egemonia popolare”. Era “egemonia della classe borghese”. L’egemonia viene infatti esercitata da qualcuno che ha il potere e la capacità di influenzare gli altri, condizionandone le scelte e i comportamenti. Qualcuno che sta su, non giù, non in basso. Dunque, al tempo di Gramsci, il popolo stava diventando sensibile all’egemonia dei partiti politici, dei giornali, di una parte della classe dirigente.  Era una cosa nuova, perché spesso in Italia (e negli stati italiani preunitari) la classe dirigente, nel corso dei secoli, non aveva saputo esercitare alcuna egemonia: si era fatta i fatti suoi ignorando il popolo, il quale ha sua volta viveva una vita a parte, estraneo a ogni grande scelta nazionale o civile.  Nel dopoguerra una certa egemonia della classe dirigente si è creata, e la società italiana è diventata più organica e omogenea. Oggi, però, la nostra classe dirigente mi pare qualitativamente assai modesta, culturalmente povera, e fra l’altro subisce con una passività esasperante l’egemonia della cultura americana e anglosassone in generale, dimostrando non solo di non saper difendere la propria lingua e la propria cultura (che spesso non ama e poco conosce), ma anche dimostrando di non saper apprezzare grandi conquiste europee, come le idee illuministe e lo stato sociale. Sinceramente, la classe dirigente italiana è spesso manchevole, poco colta, bigotta, esterofila in modo superficiale e allo stesso tempo radicata nel suo provincialismo”.  


Filomena Fuduli Sorrentino  ( Per La Voce di New York )  

 

La grande menzogna su cui si regge il sistema scuola: le promozioni d’ufficio


Galli della Loggia scrive: «Rinunciando a istituire una scuola che seleziona in base al merito – e dunque inevitabilmente che boccia (una parola poco simpatica, ma un altro modo e un’altra parola, ahimè, ancora non sono stati inventati) – essi riescono a dare a credere, specie alla parte meno avvertita dell’opinione pubblica, che ormai esiste finalmente una scuola davvero democratica». Una situazione che – è la riflessione –  fa comodo a molti, a partire dalle famiglie, ma che cancella qualsiasi forma di meritocrazia dalla scuola e, a caduta, dalla società italiana. Procurando danno prima di tutto ai ragazzi e, soprattutto, a quelli davvero meritevoli. A tal riguardo  Galli della Loggia calca la penna scrivendo: “ Se tutti gli studenti avessero i voti che meritano non verrebbe promosso più del 20 per cento». Spetta a un professore di un istituto tecnico commerciale pugliese il merito di aver ancora una volta portato alla ribalta nel modo più clamoroso ( il professore non stava al gioco, e viceversa dava ai suoi studenti i voti che meritavano, il dirigente della scuola dove insegnava lo ha sospeso a suo tempo dal servizio: sanzione disciplinare che adesso, dopo ben cinque anni, il giudice del lavoro di Lecce ha però annullato dandogli ragione ),  la grande menzogna su cui si regge da anni il sistema dell’istruzione italiano: le promozioni d’ufficio “.

 

Aldo Domenico Ficara

Insegnanti a 300 euro al mese: bisogna avere dietro papà e mamma che pagano


Il nuovo “concorsone” pubblico riguardante la scuola pubblica statale prevede due scritti (tre per il sostegno) e un orale. Chi riesce a superarlo entra in un percorso triennale di formazione, inserimento e tirocinio (FIT), con una retribuzione crescente ( primo anno 300 euro netti ) che parte fin dal periodo della formazione. A tal riguardo l’Anief scrive: “ Si è mai visto un laureato vincitore di un concorso pubblico che guadagna il primo anno di lavoro 300 euro netti al mese? La risposta è ovvia”. Sarebbe più corretto chiamarlo rimborso-spese, continua il sindacato, che verrà conferito ai quei nuovi insegnanti che tra un paio d’anni verranno selezionati con il nuovo concorso per diventare insegnanti, il cui bando è stato annunciato per il 2018. Interessante un commento scritto in rete in un sito web che parla di scuola:  “ trovo sconvolgente questo piattume, questo silenzio, questa cauta prudenza. Siamo tutti rassegnati. Solo venti anni fa ci si sarebbe legati davanti al ministero o peggio. Io ci sono, io ci sono a scendere in piazza, ad accamparci per la protesta. Coordiniamoci: la ministra ci deve rispondere, deve dirci come mai un dottore di ricerca come me ad esempio dovrebbe prendersi anche i 24 crediti a mille euro, quando lei non ha neppure il diploma. Dovrebbe spiegarci cosa sono 300 euro. Schiavismo. Quello per cui nell’800 si è rischiata la vita: i salari dignitosi, le garanzie.. si vede che non abbiamo abbastanza fame perché per accettare 300 bisogna anche permetterselo, bisogna avere dietro papà e mamma che pagano, altrimenti non ce la su può fare. Ma tutti coloro che non hanno ancora fame allora non si riempiano la bocca dei miti del passato, del 68, della liberazione: l’immobilismo è complicità. E diciamolo: siamo anche un po’ sfigati!”
 
 
Aldo Domenico Ficara

A volte i Ds dimenticano che nella scuola alunni e docenti sono le figure più importanti


 
 
In un suo articolo pubblicato su La Vita Scolastica ( Giunti scuola ), Mario Maviglia scrive: “ La volontà ossessiva di farsi riconoscere come “capi” nasconde due aspetti interessanti: innanzi tutto ci si dimentica che le figure in assoluto più importanti all’interno della scuola sono gli alunni e i docenti. Pensateci bene: una scuola non è tale se non è frequentata da studenti e se non vi sono docenti che se ne prendono cura. Tutte le altre figure sono a servizio e a supporto di questa relazione. Una scuola può esistere anche senza dirigente, ma se non vi sono studenti la scuola chiude. Questa verità, assolutamente banale e lapalissiana, viene sistematicamente ignorata da molti dirigenti che vivono la propria figura come in assoluto la più importante all’interno della scuola, dimenticando che il miglior dirigente è colui che supporta un’organizzazione in modo che essa possa agire efficacemente senza aver bisogno del dirigente. Il dirigente è colui che crea le migliori condizioni (tenendo conto dei vincoli normativi, strutturali, organizzativi e di risorse) affinché l’istituzione scolastica persegua al meglio i propri obiettivi istituzionali “.


Aldo Domenico Ficara

venerdì 28 aprile 2017

Metodo Montessori: l'apprendimento per scoperta e per "costruzione" delle conoscenze


Riprendiamo la definizione del Metodo Montessori così come è scritto su Wikipedia: “  Il Metodo Montessori è un sistema educativo sviluppato da Maria Montessori. Questo metodo è praticato in circa 20.000 scuole in tutto il mondo, al servizio dei bambini dalla nascita fino a diciotto anni. La pedagogia montessoriana si basa sull'indipendenza, sulla libertà di scelta del proprio percorso educativo (entro limiti codificati) e sul rispetto per il naturale sviluppo fisico, psicologico e sociale del bambino. I punti caratterizzanti dell'approccio educativo, secondo quanto codificato dall'Associazione Montessori Internazionale e dalla Società Americana Montessori (AMS), sono:
·        le classi di età mista per fascia di età (0-3, 3-6, 6-12, 12-18), in modo da stimolare la socializzazione, la cooperazione e l'apprendimento tra pari;
·        la libera scelta del discente del proprio autonomo percorso educativo (quindi delle attività da svolgere e di quanto tempo dedicare loro), all'interno di una gamma di opzioni predisposte dall'insegnante;
·        blocchi orari di lavoro didattico lunghi e senza interruzioni (idealmente di tre ore);
·        un'organizzazione delle attività educative predisposte, dei laboratori, degli ambienti e dei materiali didattici a disposizione, che favorisca l'apprendimento per scoperta e per "costruzione" delle conoscenze poste nella zona di sviluppo prossimale di ogni singolo discente (sulla base di un modello psicopedagogico costruttivista);
·        il materiale didattico specializzato sviluppato e perfezionato da Maria Montessori e in seguito dai suoi collaboratori, che consente l'apprendimento per scoperta, l'utilizzo raffinato dei sensi, l'autocorrezione “.

 

Aldo Domenico Ficara

Michele Emiliano: la riforma della scuola non sta né in cielo né in terra


Michele Emiliano in un video pubblicato su Facebook e inviato al mondo della scuola in vista delle primarie, scrive:  “So che molti di voi sono talmente arrabbiati, che del PD non vorrebbero neanche più sentire parlare. Molti hanno assolutamente ragione, perché è stata fatta una riforma della scuola che non sta né in cielo né in terra, che ha mortificato le persone, che ha messo in difficoltà le famiglie e i rapporti con la gente. Insomma, peggio di cosi non si poteva fare. Affidare a un algoritmo la vita di tanta gente è stato un errore catastrofico. Se dovessi diventare segretario del PD, azzererò questa riforma, la ricostruiremo insieme, la riscriveremo e cercheremo insieme di porre rimedio all’infinita serie di ingiustizie che sono state determinate. Ho bisogno, però, del vostro sostegno altrimenti questa battaglia rischia di rimanere nel limbo, nell’indifferenza nella quale è rimasta in tutti questi mesi, in questi anni. Andate a votare domenica 30 di aprile, votate per me, sono l’unica persona che in questi anni non ha mai mollato un minuto ed è rimasta al fianco della scuola pubblica italiana”.

Aldo Domenico Ficara

Di seguito il link del video – appello di Michele Emiliano:

Classi pollaio e burnout. La solitudine degli insegnanti!


Una ricerca dell’Università “Sapienza” di Roma fa emergere un dato conosciuto a livello empirico dagli insegnanti coinvolti:” chi ha classi molto numerose (sopra i 25 alunni) è più a rischio di burnout, mentre classi meno numerose (meno di 20 alunni) portano un livello 0 di burnout”
La situazione attuale anche se contenuta – meno del 7% del totale delle classi – pone dei problemi a livello costituzionale. La nostra Carta, infatti, garantisce ogni cittadino,  il quale gode di  “pari dignità e uguaglianza formale e sostanziale” Quindi anche se si tratta di circa  50.000 studenti coinvolti, il problema conferma la sua gravità.  Gli alunni/studenti iscritti a queste classi-pollaio, infatti, sostanzialmente sono meno garantiti nel diritto allo studio ( art. 3 comma 2 e art 34 ) e alla sicurezza.
Ma di questo ho già detto molto in precedenti interventi.
Qui vorrei invece, soffermarmi sulla condizione degli insegnanti, a rischio burnout. Innanzitutto chiariamo il significato, perché  solo la sua definizione chiarisce la condizione nella quale si trovano, secondo alcune ricerche, il 30% dei docenti. Burnout rimanda a una sindrome dove il soggetto coinvolto si sente “scoppiato”, “esaurito””, “bruciato, incapace di gestire da adulto le situazioni di stress e con una bassa capacità resiliente. Da qui molti ricorrono al farmaco, favorendo in alcuni casi effetti di dipendenza.
Il burnout è spesso favorito dalla condizione di solitudine nella quale un docente  si trova a gestire una classe non costituzionale (= classi pollaio e superpollaio ). La solitudine nasce dalla percezione che la scuola non è più una “comunità educante”, bensì un insieme di individui- monadi senza finestre verso l’esterno ( G.W. Leibnitz ). In termini più semplici, si è quasi sempre soli a gestire la situazione, nonostante i tanti progetti sull’inclusione che occupano le cattedre dei Dirigenti Scolastici e gli archivi delle segreterie, che però risultano nella loro  attuazione inefficaci per la presenza delle classi pollaio.
Ma la solitudine è favorita anche dalla sensazione di “essere gettati” in un contesto antipedagogico e insicuro da un’Amministrazione indifferente  che dal 2009 nulla ha fatto per  far prevalere nuovamente la pedagogia sull’ economia finanziaria.
La solitudine, infine, è favorita da un contesto sociale e politico che non comprende “la fatica dell’aula” che ospita 25-30 e oltre alunni/studenti. La sensazione è confermata dalle tante dichiarazioni di “inesperti d’aula” sulla   ” apertura delle scuole nei mesi estivi”, o sugli  ” insegnanti fannulloni che godono di molti privilegi…”.  Poi però, queste persone se costrette ad interagire con gli alunni per un’ora, chiedono di far silenzio, perché non riescono a concentrarsi nella comunicazione formativa!. Gli alunni, in questo caso, producevano un normale brusio!.
E certificare questa incapacità degli esperti a gestire una classe, favorisce solo tanta rabbia! “Cui prodest” questa situazione di smantellamento della scuola come agenzia di formazione ? La domanda è semplice, la risposta è più difficile da trovare!

                                                                           Gianfranco Scialpi

giovedì 27 aprile 2017

Tempistica dei collegi docenti nella chiamata diretta nella scuola A.S. 2017/18


 
 
La nota Miur sulla chiamata diretta recita così: ” La contrattazione definita in data 11 aprile u.s., infatti, introduce la necessità di una deliberazione del Collegio dei docenti, su proposta del Dirigente scolastico, sul numero e la specifica dei requisiti da considerare utili ai fini dell’esame comparativo delle candidature dei docenti titolari su ambito territoriale. I requisiti in parola andranno individuati da ciascun Dirigente scolastico in numero non superiore a sei tra quelli indicati nell’allegato A dell’ ipotesi e proposti all’approvazione del Collegio docenti in tempo utile per la predisposizione dell’avviso, da pubblicare all’albo dell’istituzione scolastica entro il decimo giorno precedente il termine fissato dall’Ordinanza Ministeriale n. 221 del 12 aprile 2017 per la pubblicazione dell’esito dei movimenti del grado di istruzione al quale si riferisce la procedura di passaggio da ambito a scuola. Pertanto gli avvisi in parola dovranno essere resi noti secondo la seguente tempistica, che si sintetizza anche in ordine al termine perentorio che l’ipotesi contrattuale assegna al Collegio docenti per addivenire ad una deliberazione: sette giorni dall’ultima data utile per la pubblicazione degli avvisi.”
Tempistica prevista è riportata nella seguente tabella:
 

 

Le quattro parti del portfolio del dirigente scolastico


La valutazione delle e dei dirigenti scolastici entra nel vivo: è disponibile da oggi, sul sito del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, la versione elettronica del portfolio del dirigente scolastico che conterrà informazioni che vanno dal curriculum, al bilancio delle competenze, agli obiettivi e alle azioni professionali. Il portfolio consentirà alle dirigenti e ai dirigenti di analizzare i loro compiti e le loro competenze, di fare il punto sugli obiettivi di miglioramento. Sarà quindi uno strumento di supporto per il loro sviluppo professionale, ma anche uno strumento chiave per il processo di autovalutazione e di valutazione.
Il portfolio del Ds si compone di quattro parti:
·        La prima parte (anagrafe professionale) raccoglierà informazioni professionali, dal titolo di studio agli incarichi ricoperti, sarà compilata dalle e dai dirigenti e sarà resa pubblica.
·        La seconda parte riguarderà l'autovalutazione e il bilancio delle competenze: ogni dirigente potrà compilarla (non è obbligatorio) analizzando la propria capacità di gestione, di valorizzazione del personale, di promozione della partecipazione, di monitoraggio e rendicontazione. Questa parte consentirà a ciascuna e ciascun dirigente di riflettere sui propri punti di forza e debolezza, nell'ottica del miglioramento della propria professionalità.
·        La terza parte, particolarmente rilevante ai fini della valutazione, sarà dedicata agli obiettivi e alle azioni professionali, sarà obbligatoria e pubblica, sarà compilata dalle e dai dirigenti che dovranno descrivere le azioni realizzate per raggiungere gli obiettivi previsti dal Piano di miglioramento della loro scuola.
·        La quarta parte sarà dedicata alla  valutazione e agli eventuali consigli di miglioramento, sarà riservata al Nucleo di Valutazione, al Direttore dell'USR e al Dirigente scolastico.

 

Aldo Domenico Ficara

 

La Voce di New York un giornale on line per la grande comunità italo-americana




La Voce di New York è un giornale online indipendente nato per la grande comunità italo-americana e per diffondere ovunque nel mondo i valori straordinari della Cultura e della Bellezza italiana. Una Voce italiana, che ama vivere a New York, libera da ogni condizionamento e protetta dal primo emendamento della Costituzione U.S.A. Da quattro anni racconta l’Italia, i principali fatti internazionali, New York, gli U.S.A e tutto ciò che interessa gli expat e la comunità italiana, in particolare di New York. Il progetto editoriale, cresciuto nel tempo, oggi è pronto per affrontare la sfida di una diffusione globale e diventare così il primo media online per tutti gli amanti dell’Italia nel mondo. Per farlo dovrà innanzitutto consolidare e ampliare il numero di autori, raccontare nuove storie, tradurre molti più contenuti e costruire un nuovo modello di sostenibilità. Guarda il video di quest'anno: