domenica 26 febbraio 2012

Caro ministro, in classe vorrei un termosifone

di Mila Spicola – l’Unità – 26 febbraio 2012

Caro ministro, mi chiamo Alessio, vorrei un termosifone per ogni classe, i banchi che sono rotti, una palestra, i libri, armadi, pavimenti che sono rotti, le sedie, vetri alle finestre, spesso vorrei utilizzare l’aula di danza, non la possiamo utilizzare perché mancano i soldi per chiamare un professore, dipingere i muri che sono mascherati. Per favore agliutaci che la scuola Falcone ha bisogno di una mano. Alessio».
Si scrive «aiutaci» Alessio, attenzione. «Ah..e chiffazzu? Unciadugnu?». «No, no...dagliela. È molto bella la tua lettera, posso pubblicarla?» Si illumina d’immenso. Istituto Comprensivo Giovanni Falcone, quartiere Zen, Palermo. Persa tra le agghiaccianti insulae della progettazione degli anni 70, la scuola in fondo è bella. Sono seduta tra il pubblico, nell’aula magna, in fondo, accanto ad Alessio, Salvo, Sabrina... Siamo tutti in attesa di ascoltare il ministro, «il presidente di tutte le scuole ».




Hanno un malloppetto di cartoncini colorati, pieni di parole, di disegni. «Sono le lettere per il presidente, dove che gli chiediamo quello che ci manca, le vuole vedere? Ci dice se sono buone?» Certo, dai... E inizio a leggere. Da poco è finito il giro per la scuola del ministro Profumo, con lui il sottosegretario Rossi Doria. E poi il preside, Domenico Di Fatta, le autorità, i dirigenti dell’ufficio scolastico regionale, il commissario straordinario di Palermo, deputati nazionali, il prefetto, e poi i docenti della scuola, i ragazzi, le mamme…
Scuola Falcone. Una metafora, un simbolo per Palermo, ma anche per tutta la scuola italiana. Dal 2006 ad oggi soggetta a una cinquantina di atti vandalici, a partire dalle pallottole sparate contro i muri di allora, fino al terribile incendio del 13 luglio 2009, quello che distrusse la palestra e parte dell’asilo, e poi un continuo. Fino alla scorsa settimana.
Ho sentito ieri il preside Di Fatta per chiedergli cosa avrebbe chiesto oggi al ministro. «Che vuoi che gli chieda? Attenzione. Le scuole “a rischio” hanno bisogno di un regime diverso, di docenti diversi, di risorse diverse…». «Ma tu non credi che con l’autonomia potremmo sperimentare noi una didattica nuova, metterci al lavoro per reinventarci un modo nuovo per parlare a questi ragazzi?». «Magari, ma quando? Ogni giorno arrivo alla fine della giornata e mi ripeto: oggi che ho fatto? Ho solo inseguito emergenze. Magari potessimo pensare a quello. La didattica. Che poi sarebbe l’unica cosa a cui pensare vero? In tempo di pace. Io qua ho la guerra».
Gestire il quotidiano in una scuola a rischio non è facile. L’attimo di follia interno si somma all’attimo di follia esterno. Ragazzi più grandi che si introducono nella scuola. Bidelli che devono trasformarsi in guardie .E perché mai? In quale parte del contratto lo si prevede? Docenti distrutti e la tentazione di andarsene. «Me lo ripeto a volte... Ma poi è come la droga. Cosa gli chiedo? Risorse, personale specializzato, aiuto».
Continuo con lui: insegnare ai ragazzi difficili ti entra dentro. Maledici il cielo tutti i gironi quando accade il peggio, te ne vorresti andare, come lo ringrazi quando accade il miracolo e pensi che non hai dove stare se non lì. Torno ad Alessio che mi chiede «ma che sta dicendo?». Prof, ti sei distratta, c’è il ministro che parla. «Alessio, sta dicendo che dovete studiare di più e che lui vi aiuterà». Che oggi la scuola è la modalità certa per cambiare il Paese e che sanno agendo su tre assi: sicurezza, apprendimenti e attrezzarvi per il futuro. Una bella serie di fondi, dati e impegni.
Su tutto la sicurezza nelle scuole e il benessere. In fondi Cipe, i Fas ridestinati alle regioni dell’obiettivo convergenza... Insomma Alessio, mi sa che ci scappano i banchi, la palestra e persino i riscaldamenti. «Tu ci vieni a scuola vero? Non la lasci…». «Certo che no, certo che ci vengo».
Alla Falcone la dispersione scolastica raggiunge punte del 30%. La dispersione è il mostro per la Sicilia intera e dunque per l’Italia. L’Europa ci ha chiesto di contenerla da anni, dal trattato di Lisbona. «Prof, ci vede? Mi sposto?». È una ragazzina di fronte a me, «no, no..ci vedo». È un ex allieva, ha appena parlato in pubblico e sento il suo cuore battere ancora a mille.
È la volta di Rossi Doria. Combattere l’esclusione, parla dei benedetti interventi contro la dispersione. «Spenderemo dei soldi per questo, ma dobbiamo avere l’umiltà di capire insieme dove abbiamo fatto bene e dove abbiamo fatto male». Sono gentili, parlano, ascoltano, torno a distrarmi con Alessio. Fino a quando la sento la cosa che mi arriva al cuore da quella cattedra e non dalla sediolina accanto a me. È Rossi Doria a dirla. «Insegnare è un lavoro artigianale e potente». Oh, finalmente. Adesso la continuità progettuale sta nell’applicare quel certosino lavoro ai nostri grandi numeri. Date modo alle scuole di farlo. Tappate voi le emergenze e a noi ridateci il tempo per fare didattica.

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