giovedì 12 aprile 2012

Discutere di voti non equivale a discutere di bocciature

di Lea Reverberi – 12 aprile 2012

La posizione del dirigente del liceo  Berchet di Milano ("non diamo meno di 4"), mi trova pienamente concorde. Del resto già Luigi Berlinguer abolì, almeno per le scuole medie, i voti inferiori all’insufficienza ritenendo che, ai fini della valutazione, fosse più che eloquente un semplice insufficiente. Mi chiedo anzi se i due, i tre meno meno, gli uno più, che talvolta noi docenti ci compiacciamo di utilizzare senza temere il ridicolo, non siano carichi di significati che, al di là di ogni altra considerazione, vanno troppo oltre la certificazione di un risultato (che non è un punteggio) invadendo i campi del giudizio morale e diseducando, alla fine, alla dignità e al rispetto umani.






 Discutere di voti, d'altro canto, non equivale a discutere di bocciature. La discussione sui voti diventa distorta proprio per le implicazioni sulle bocciature. Quando si discute di voti in realtà si discute di ipotetiche bocciature di fatto talvolta impedite - oltre un certo limite - dai rischi di contrazione della popolazione scolastica già presente e di riduzione dell'appeal della scuola verso l'esterno e in relazione ad altre scuole più "buone". Non è un segreto per nessuno, inoltre, che, soprattutto alle superiori, dove si sa che una o due insufficienze non fanno una bocciatura, vi sono alunni che, puntualmente, pianificano il disimpegno in un paio di discipline riuscendo puntualmente a "farla franca". Recuperano a settembre? Non ci prendiamo in giro! Quelle lacune resteranno tali. Semmai si aggraveranno negli anni.
Nella stagione della crisi del sistema dell’istruzione (che è crisi culturale ma, prima ancora, economica e, soprattutto, valoriale e sociale), si è fatto un gran parlare di ripristino delle regole, di valorizzazione del merito, di ritorno alla severità. Si è giunti a parlare di questione morale in ambito scolastico e si è celebrato l’aumento del numero delle bocciature come il trionfo della meritocrazia. E, come sempre accade, più si sono enfatizzati questi elementi, più la crisi è cresciuta; più le regole del comportamento (voto in condotta etc) si sono fatte severe più il bullismo e l’irresponsabilità si sono diffusi, più si è reclamata la severità nella valutazione più  ignoranti si sono fatti gli alunni.
Di questo passo, spero stia diventando chiaro che non si migliora la qualità dell’istruzione né quella della spesa, sia statale che delle famiglie. Quando il voto diventa giudizio morale e viene percepito come una condanna definitiva e non come una forma di valutazione, se si vuole condivisa, dalla quale partire per migliorare, quando i docenti da allenatori diventano giudici, si diffonde fra gli alunni  il malcostume del barare alle prove e fra i docenti quel buonismo tanto vituperato dai fautori delle misurazioni presuntamente oggettive, che è, in molti casi, senso della misura, equilibrio, responsabilità. Peggio, si dedica poca ed inefficace attenzione al recupero delle lacune, che continuano a trascinarsi negli anni.
Perdere un anno procura molti effetti devastanti che solo chi non ha mai insegnato può sottovalutare. Significa dover ripetere il programma di un intero anno scolastico di tutte le discipline, non colmare le lacune individuali. Significa trovarsi in un gruppo classe nuovo, fra compagni che non sono coetanei, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Significa essere marchiati, in qualche modo. Significa, in molti casi, demotivarsi. Significa perdere un anno della propria vita lavorativa. Significa pesare per un anno in più sulla famiglia. Significa far spendere altri soldi alla comunità.
Non è cosa da poco. Farà bene a quel singolo allievo? Peggiorerà o migliorerà le cose (l’autostima, la collaboratività, i rapporti familiari, i rapporti scolastici e sociali, il rendimento, l’impegno)? Sono domande che ogni docente si pone e si ripone. Per porsele ancora, confrontandosi con i colleghi e le famiglie.
Sarebbe allora più proficuo abolire le bocciature, almeno all’interno di ogni ciclo scolastico? Fare come all’Università, dove si ripete un esame e non  tutti gli esami (pochi o tanti) già superati in quell’anno accademico (la cosa, come l’utilizzo di una scala negativa di voti inferiori al 18, suonerebbe assurda a qualsiasi studente o docente universitario!)? Questa idea non è del tutto peregrina. La didattica modulare, la programmazione curricolare, gli istituti comprensivi la tengono presente. Anche una certa pedagogia, che ritiene che l’insegnamento vada diviso in segmenti immediatamente valutabili: una sorta di produzione snella che consenta di porre tempestivamente rimedio ad eventuali difetti di fabbricazione. E, in più, avrebbe il merito indiscutibile di ridurre i costi dell’intero sistema, quelli economici ma anche quelli umani, a vantaggio di una maggiore efficienza ed efficacia. Perfino di inserire la possibilità di una carriera nella funzione docente. Una carriera che non sia frutto di astruse elucubrazioni.
Perché, allora, non sperimentare questo nuovo sistema?
Forse perché non disseta la sete insaziabile delle vestali della fustigazione, che preferiscono le inutili cure “postume” all’utile intervento tempestivo e temono di perdere quel potere di controllo che dà loro consistenza sociale, culturale e umana.
Forse perché l’eliminazione delle bocciature richiederebbe uno sforzo di fantasia organizzativa (nella concezione del gruppo classe, nella predisposizione dell’orario, nella programmazione, nella rendicontazione) che è troppo chiedere in tempi nei quali di fannullaggine  si preferisce limitarsi a sproloquiare.

Napoli, 12 aprile 2012

Lea Reverberi

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