mercoledì 25 aprile 2012

Il silenzio del ministro Profumo sull'abolizione delle bocciature

Bocciature ed efficacia: tecnica e sostanza della scuola non vanno confuse.
Note in margine all'intervento di Francesca Puglisi (resp. scuola Pd)

di Vincenzo Pascuzzi e Lea Reverberi

"Aboliamo le bocciature e l'esame di terza media" con una lettera così titolata e inviata a Tuttoscuola il 16 aprile scorso, Francesca Puglisi (Pd) avanzava una duplice ipotesi di possibile riforma della scuola. Sugli argomenti ci si poteva aspettare un dibattito e un confronto con la partecipazione di esponenti politici e sindacali. Invece ciò non è avvenuto. E' come se ci fosse stato un altolà, un "fermi tutti" discreto, silenzioso ma rispettato. Anche il ministro Profumo, che pure si è espresso sui compiti a casa, ha evitato accuratamente di pronunciarsi. L'argomento non va però accantonato perché importante e possibile preludio a riforme necessarie, di rapida attuazione e a costo zero o quasi.




Schematizzando la posizione della Puglisi: 1) oggi la scuola non può ignorare quel concetto di long life learning che mal si coniuga, innegabilmente, con la figura del docente che boccia e premia, che affanna e che consola; 2) la dispersione è legata, in molti casi, all’esperienza della bocciatura ed è una piaga destinata a pesare sulla società sotto molti punti di vista; 3) la scuola (statale, sarebbe stato bene sottolineare con forza) italiana ha bisogno di maggiori investimenti e di un ripensamento della didattica (il curricolo verticale). Ancora, la Puglisi paga il suo tributo all’economicismo imperante alludendo al ritorno economico che verrebbe dall’investimento nella cultura.

Il punto centrale dell’intervento riguarda, però, l’idea che una “scuola per tutti” non debba bocciare. Per essere inclusiva la scuola non deve essere selettiva, perché essere selettivi significa perpetuare l’immobilità sociale, fondata sulle differenze del retroterra socioculturale degli alunni, che caratterizza il nostro paese. Bocciare potrebbe significare, in fin dei conti, un venir meno a quel dettato costituzionale che impone alla scuola di attuare l’uguaglianza sostanziale dei cittadini.

Ed è su questo punto che vale la pena soffermarsi e cercare di fare chiarezza. Che la scuola debba essere il luogo privilegiato per promuovere quella mobilità sociale che è garanzia di vitalità per qualunque società, è indiscutibile. Che la Costituzione affidi all’istruzione il compito di rendere concreta e sostanziale l’eguaglianza formale garantita a tutti i cittadini, è altrettanto indiscutibile. Ma può essere pericoloso identificare selettività, bocciature e immobilità sociale. Innanzitutto perché sono sempre in agguato gli accusatori di buonismo. E buonismo è la parola magica per delegittimare l’avversario e sterilizzare qualunque discorso serio sulla scuola. In secondo luogo perché il tema delle bocciature è tema tecnico, strumentale al miglioramento dell’efficacia dell’azione della scuola, che è tema sostanziale per le ragioni che si sono dette. Confondere i due piani non giova.

Focalizzando la nostra attenzione sul tema delle bocciature, va ricordato che il nostro sistema è come diviso in due segmenti: il primo non boccia, il secondo sì. Se si dovessero giudicare (come si dovrebbe in questo caso) i due segmenti dai risultati, nessuno dei due risulterebbe soddisfacente. E’ vero che le prove INVALSI promuovono il primo e bocciano il secondo ma è anche vero che, nell’esperienza concreta, tanti, troppi alunni approdano alla scuola media quasi analfabeti o dotati di una preparazione di base molto carente, tale da pregiudicare il resto della carriera scolastica perché, allo stato, le lacune non si riescono più a colmare pienamente. Come a dire: il sistema delle non-bocciature non funziona al meglio.

Il secondo segmento, poi, si compone a sua volta di due sezioni. La prima, quella delle scuole medie, boccia. Ma in misura molto minore rispetto alla seconda, quella della scuola secondaria di secondo grado. Resta in entrambe il retaggio, cui la Puglisi fa riferimento, della coincidenza della fine dell’obbligo scolastico con la fine delle scuole medie. In questi due segmenti vengono maturando e consolidandosi la disaffezione, l’abbandono, il drop out.

Ora, senza voler ampliare all’universo mondo delle possibili concause la nostra analisi, bisogna forse ammettere che, dal punto di vista del successo scolastico, il sistema non funziona: sia che bocci, sia che non bocci, le lacune si stratificano e troppo raramente si superano. Ed è questo che crea diseguaglianza sociale e ingiustizia, perché se la scuola, bocci o non bocci, fallisce, il dettato costituzionale è disatteso.

E’ per questo motivo che qualcuno, e non solo in seguito alla posizione dell’Ocse, ipotizza un sistema che potremmo definire “misto” fra bocciatura e non bocciatura. Anche perché da noi la bocciatura è quantificata in un anno sul piano temporale e in tutte le discipline sul piano dei contenuti e delle abilità. Ed è questo il punto fondamentale: perché bocciare deve significare ripetere un intero anno scolastico, con tutto ciò che ne consegue sul piano sociale, economico, psicologico, degli apprendimenti e della stessa valutazione che i docenti compiono? Sembra l’uovo di Colombo, ma perché non provare ad uscire dalla logica del gruppo classe ed inaugurare una didattica basata sui crediti, simile a quella universitaria, dove bocciare significa ritornare su un segmento della programmazione disciplinare prima che la catena di montaggio che è oggi la scuola sforni in serie errori e difetti non più correggibili?

La Puglisi affronta poi il tema dell’esame di Stato che conclude il segmento dell’istruzione primaria, ponendo l’accento sulla natura stessa della scuola secondaria di primo grado che, così come è oggi, nessuno sa dire con precisione che cosa sia. Peggio ancora, bisognerebbe aggiungere, per i primi due anni della scuola secondaria di secondo grado. Malgrado la riforma, che sembra non essersi nemmeno accorta del problema.

Nel suo intervento la Puglisi propone il curricolo verticale e l’abolizione degli esami di fine ciclo. Su questo ultimo punto è possibile nutrire non poche perplessità dal momento che, se è vero che va ripensato il tratto del percorso scolastico che va dalla scuola primaria alla fine dell’obbligo, bisogna essere consapevoli che ridurre i titoli scolastici ad una mera somma di crediti ha implicazioni molto serie, sul piano della didattica, che perderebbe un suo carattere irrinunciabile, che è quello dell’unitarietà, e sul piano giuridico, aprendo la strada all’abolizione del valore legale del titolo di studio, in merito alla quale è possibile nutrire più di qualche perplessità.

Come si vede, il tema è importante e ricco di implicazioni. Ci si augura che altri amcora arricchiscano il dibattito con le loro considerazioni. E che il ministro non lo ignori.

Vincenzo Pascuzzi
Lea Reverberi




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