domenica 10 marzo 2013

Decrescita infelice

Agata e Francesco, per esempio, sono due brave persone. Ma adorabili, eh. Ci conosciamo da valanghe di anni, da quando eravamo al liceo e loro si sono messi assieme. Han continuato a stare assieme per tutta l’università, poi hanno cominciato a collaborare con le associazioni no profit _ contratti precari uno dopo l’altro – poi sono andati a convivere, poi si sono sposati, poi si sono trasferiti in un appartamento in centro, carinissimo, con i loro tre gatti e due cani. Poi si sono stufati dell’appartamento in centro, e allora si sono fatti un mutuo per comprarsi un casolare da ristrutturare in mezzo alla campagna, perché di vivere in città non ne potevano più, anche perché i vicini brontolavano per i cani che erano diventati tre ed i gatti che erano diventati un numero imprecisato.
Quando la prima volta sono andata a trovarli nella nuova casa, il loro entusiasmo faceva persino commuovere: perché loro ne parlavano come di una specie di paradiso, e sorridevano dicendo qua ci mettiamo l’orto, qua il pollaio per le galline, lì l’autoclave del pozzo per avere l’acqua nostra e lì il generatore con i pannelli solari per risparmiare energia; e io invece vedevo solo un cortile che era un grumo di fanghiglia spatasciata ovunque e una casa di mattoni che non capivo nemmeno come facesse a star su, lontana da qualsiasi cosa fosse civile.
Quando Agata e Francesco son diventati grillini all’inizio avevano provato a coinvolgere anche me. Mi volevano portare ad un meetup, dicendo che dovevo conoscerli, i grillini, perché erano brave persone con idee alternative, gente sveglia, entusiasta, che avrebbe cambiato il mondo. Così una sera, un po’ a tradimento, mi hanno invitato da loro a cena, e io mi sono trovata in mezzo a questo collettivo grillino in fieri, dove c’era un po’ di tutto: un agente di polizia che brontolava perché lui arrestava i delinquenti e quelli dopo due giorni stavano fuori, un paio di ragazzi che dovevano essere ingegneri ambientali e parlavano di rifiuti da riciclare, un tizio che si abboffava di pasticcini senza proferir parola, e cinque o sei donne, fra cui anche Agata, che parevano uscite da una cellula femminista anni ’70, struccate e con gonnellone a fiori, e parlavano di come gestire la casa e la vita in modo ecologico e compatibile con la natura. Tutta una roba fatta di cibi biologici coltivati nell’orto con le proprie sante manine, di henné fatti in casa al posto delle tinte dal parrucchiere, di maschere antirughe sostituite da impacchi di yogurt sulla faccia, vestiti comprati ai mercatini del libero scambio invece che nelle boutique, assorbenti per il ciclo di cotone che devono essere poi lavati a mano. Poi quello che fino a quel momento si era ingozzato di pasticcini ha smesso di ingozzarsi e ha iniziato a parlare con tono ispirato della “decrescita felice”, di cui quanto aveva accennato Agata e le altre era solo il primo capitolo. E ha iniziato a tratteggiare un mondo fatto di gente che va al lavoro in bicicletta (anche sotto le tormente di neve, pare), e in cui non si fa più shopping per divertimento ma si ricicla tutto quello che si ha in casa: in cui i giochi dei bambini sono fatti di legno o con i copertoni delle auto usati come altalene, i supermercati non esistono perché si fa la spesa ai GAS solidali comprando direttamente dai contadini dei dintorni a km0, il miglior amico dell’uomo è il bidone del compost lasciato sul terrazzino, il nailon delle calze sparisce perché i calzettoni di lana (possibilmente tessuti a mano, immagino) sono meglio ma di molto assai, i capotti si passano di padre in figlio con buona pace degli stilisti, il solo riscaldamento è quello del fuoco del camino e l’elettricità buona è ricavata dai pannelli solari, ma viene usata in pratica solo per connettersi a internet, però da un vecchio 486 riformattato con un sistema operativo non proprietario, e poco, perché tanto facebook e gli altri social per carità no.
Mentre il guru tratteggiava quello che per lui era il meraviglioso futuro pronto ad attenderci, a me che lo ascoltavo venivano i brividi, perché la sua decrescita “felice” a me pareva un incubo. Ad ogni frase sulle industrie farmaceutiche che non sarebbero servite più perché ci si sarebbe potuti curare con i rimedi naturali, io vedevo laboratori che chiudevano, gente licenziata, fabbriche di cosmetici e di abbigliamento sul lastrico; per ogni parola elogiante quanto è bello andare in bici, automobili invendute negli stand, operai lasciati a casa; e poi supermercati ridotti al lumicino, cassiere piangenti, sarte del manufatturiero senza lavoro, negozi di parrucchiere serrati ed estetiste senza clienti, per non parlare del mercato dei telefonini e computer. Uno scenario apocalittico popolato di zombi malvestiti con capelli dall’improbabile color henné che coltivano a stento l’orticello sul balcone di casa con ai piedi le cioce ereditate dalla buonanima di zia, perché non si deve buttare via niente; una specie di medioevo incombente, quello da cui i nostri antenati erano fuggiti a gambe levate sognando, appunto, un mondo con il riscaldamento centralizzato, la macchina per andare al lavoro, le boutique per comprare i vestiti già confezionati, e le parafarmacie dei centri commerciali con gli assorbenti usa e getta e le aspirine.
Perché il problema della decrescita felice, secondo me, sta tutto in quell’aggettivo lì: che per trovarla felice bisogna che uno abbia un certo tipo di carattere, quello che Agata e i suoi amici ed amiche grilline hanno: quello che ti fa sembrare bella la campagna, entusiasmarti per la cura dell’orto, fregartene se l’henné dei capelli non prende bene e viene a strisce o se il vestito vecchio ti cade come un sacco. Un carattere che io delle volte invidio, perché purtroppo non è il mio: io odio la campagna, assassino qualsiasi pianta, persino i cactus, voglio farmi le meches dalla parrucchiera e con cavolo che rinuncio ad un pomeriggio di shopping per tirarmi su. Per cui se decresco, perché l’economia non tira più come una volta, decresco e basta, ma non ci trovo nessuna particolare felicità o entusiasmo: per me il medioevo resta una roba brutta e una recessione una recessione.
Non l’ho spiegato allora alla cena grillina, anche perché era chiaro che il guro e il circoletto mi avrebbero guardato come una egoista insensibile incapace di capire, dal momento che per loro era evidentemente inconcepibile che esistessero persone come me, felici di vivere con tutti questi inutili orpelli. Ma resta il problema che come me (egoista, insensibile a magari anche un po’ stronza) ce ne sono tanti altri. Gente che per carità è disposta a fare la raccolta differenziata, razionalizzare gli sprechi di energia, adottare qualche comportamento virtuoso per far star meglio l’ambiente, mica si dice di no. Ma che se si trova davanti all’idea di rinunciare a quasi tutto quello che è progresso per la “decrescita felice” ed agreste dei grillini è probabile che ai grillini risponda, dopo un paio di settimane, con un sonoro vaffanculo. Per cui ecco, quel 100% che Grillo vorrebbe come obiettivo lo vedo un po’ difficile da conseguire. Almeno finché non capirà che una decrescita che non comprenda lo smalto per unghie, i tacchi alti e qualche sana schifezza da acquistare al banco del supermercato per tirarsi su non è felice, e non sarà percepita come tale mai.



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