sabato 20 settembre 2014

IL “SONDAGGIO” PROPOSTO DAL GOVERNO È UN OBBROBRIO

di Gianfrancesco Costantini – 19 settembre 2014
In questi giorni il governo ha lanciato il “Piano per una buona scuola” e parallelamente una consultazione on-line, o meglio un sondaggio nell’ambito del quale si chiede ai cittadini di esprimere un’opinione sulle questioni trattate nel “piano”.
Da un punto di vista metodologico, il “sondaggio” proposto dal governo è un obbrobrio. Dal punto di vista dell’utilità, fatta salva quella di “far pensare che sia in corso una consultazione”, si tratta di un esercizio insensato. Un esercizio insensato perché, sia per il momento in cui è stato lanciato, sia per le modalità con cui è costruito di fatto impedisce che qualsiasi contributo “costruttivo” o “critico” (perché poi un intervento critico non sarebbe costruttivo?) possa influire sulla formulazione del piano e sulla sua attuazione.
Forse un intervento delle comunità scientifiche della sociologia, delle scienze dell’apprendimento e delle altre scienze sociali sarebbe necessario. Probabilmente sarebbe poco efficace nel cambiare le caratteristiche della consultazione (che comunque sarebbe interessante sapere da chi è stata predisposta e da chi è gestita), ma almeno potrebbe osservarne e renderne noti pubblicamente i vizi.
Mi limito a menzionarne qualcuno.
Il vizio di fondo: una consultazione basata sul “web”. Renzi si dimostra in questo caso più Grillino di Grillo e non sembra tener conto che non tutti hanno accesso a internet, né la capacità di utilizzarlo adeguatamente. Né che di fronte a uno schermo ci sono individui, mentre i processi di innovazione sono un’opera collettiva.
Un secondo vizio salta agli occhi ancora prima di aprire il “questionario”. A chi partecipa alla “consultazione” è richiesto di registrarsi (e fin qui tutto bene), ma non c’è nessuna assicurazione che il questionario sia anonimo, anzi. Non è un grande problema, ma comunque c’è chi potrebbe avere timore a scrivere liberamente (ma come vedremo questo è un falso problema).
Il terzo vizio riguarda la definizione dei soggetti che partecipano alla consultazione. Possono essere di quattro categorie soltanto: docenti, studenti, dirigenti scolastici e “altro”. L’altro è indistinto e indeterminato, dentro ci può essere tutto: professori universitari, operai, imprenditori, professionisti, impiegati, laureati e non. Non sapremo mai chi c’è. Non si potrà ragionare sul significato delle informazioni raccolte: queste potranno corrispondere alle opinioni di studenti, professori o dirigenti oppure a quelle dei cittadini “qualunque” (o degli “uomini qualunque”), potremo sapere forse l’età e il luogo di residenza di questi uomini qualunque ma non è gran che se si vuole capire cosa rappresenta un’opinione. Non sapremo mai per esempio se si tratta di persone che hanno relazioni quotidiane con le scuole o di persone che non hanno messo piede in una scuola negli ultimi 30 anni.
Il quarto vizio è più grave: la consultazione semplicemente chiede a chi risponde al questionario di esprimere un’opinione circa le caratteristiche che pensa siano più importanti per una buona scuola (le caratteristiche dei professori, ecc.). Il menu di “caratteristiche preferite” è chiuso, non è organizzato in scale, prevede uno spazio di libertà solo nella marginale casella “altro” (che è davvero marginale, visto che non si chiede neanche di specificare cosa sia questo “altro”). Il dato che si rileverà è che quindi X persone ritengono importante qualcosa tra quello che il governo propone loro. Che cosa questo voglia dire è un mistero, la possibilità che ci siano altre preferenze non è neanche lontanamente contemplata. Non si saprà mai se per esempio ritengono le proposte che sono state presentate loro “irrilevanti”, o “impertinenti” o fortemente nocive. Non si può esprimere un parere negativo, solo quello positivo!
Sorvolo sul fatto che si chiede di esprimere opinioni su argomenti che non sono generali (e che in questo senso non sono “politici”, come potrebbe essere la scelta di utilizzare per un fine o per un altro: forse chiedere un parere su opzioni di questo genere è reputato pericoloso), ma sono tecnici. Tecnici a un livello tale che anche una persona che si occupa di formazione potrebbe essere in difficoltà nell’esprimere preferenze in modo qualificato. Non si chiede neanche ai cittadini di dire quali pensano siano i problemi della scuola, né quali ne siano i punti di forza, e neanche quali siano le loro difficoltà nell’uso di questo “servizio” o quali siano state le loro esperienze. I fatti non interessano, e neanche la possibilità di arricchire il quadro analitico del piano che al momento è assai carente (più che carente, assente). No, quello che importa è (forse) raccogliere opinioni, orientate non da una conoscenza diretta, ma dalle rappresentazioni diffuse in questi anni. Non importa se queste rappresentazioni corrispondano a stereotipi o a asserzioni ideologiche. La realtà in realtà non interessa, interessano solo le opinioni. Forse perché è sulle opinioni che si fonda il consenso. Peccato che sulle opinioni si fondi spesso anche il conflitto, che certamente è uno dei peggiori nemici della qualità dei servizi.
C’è un ultimo vizio che vorrei menzionare: l’uso frequente di concetti di carattere valutativo, orientati da principi e da valori senza che questi principi e valori siano mai dichiarati. Forse questo facilita nella formulazione di slogan, ma non nella conoscenza della realtà e nella formulazione di strategie. Ma questo vizio è un po’ un vizio d’origine: che vuol dire “buona scuola”? E’ buona scuola quella che premia i figli delle famiglie più colte e più abbienti (mantenendo lo status quo) o è buona scuola quella che premia i figli delle famiglie meno abbienti e con meno risorse (attivando il cosiddetto ascensore sociale e creando pericolose aspettative di reddito, autonomia).
La realtà non interessa e neanche che i cittadini (e i soggetti che “vivono” nella scuola, che paradossalmente non comprendono gli ATA – ombre invisibili nei corridoi) possano orientare le scelte del governo. Le scelte sono state fatte, ora si tratta di fare un po’ di confusione comunicativa: non può che far bene. Gli slogan funzionano meglio senza argomentazioni o con argomentazioni semplici e banalizzanti.
Non credo che tutta questo porti al ritorno a una situazione come quella della scuola del ventennio fascista (l’Italia è diversa, lo sono gli italiani, lo sono le persone che lavorano nella scuola, lo sono le istituzioni). No senza dubbio, ma altrettanto indubbiamente è difficile che in questo modo si produca alcun cambiamento, se non l’apparenza gattopardesca di un cambiamento che non c’è nella realtà, e se non un’intensificazione dei conflitti latenti o visibili che già esistono nelle scuole, spesso senza mediazione.
Insomma più che una pericolosa azione di riduzione della democrazia, mi sembra che questa “consultazione” rappresenti un’occasione perduta e un grande spreco di risorse.
Peccato. Una grande inchiesta e una grande consultazione sulla scuola magari avrebbe potuto davvero servire a conoscere una realtà che è sotto gli occhi di tutti ma è paradossalmente sconosciuta e rappresentata solo con stereotipi (come quello dei professori fannulloni o, al contrario, quello dei professori eroi).
Peccato anche perché esperienze a cui far riferimento per capire come “fare la consultazione” ce ne sono tante. Da quelle dell’Unione Europea e persino della Banca Mondiale a quelle di molte amministrazioni locali.
Un esempio semplice, immediato: c’è in Italia ormai da molti anni un’esperienza di “valutazione partecipata della qualità” (APQ) promossa da “Cittadinanza Attiva” (quando si iniziò l’esperienza era “Movimento Federativo Democratico”) e realizzata in molti ospedali e in molte amministrazioni italiane… Per realizzare la APQ si era anche formalizzata una metodologia in modo che fosse riproducibile con una relativa facilità e coinvolgendo i cittadini non come “utenti” o “beneficiari”, ma come portatori di diritti e come soggetti attivi in grado di contribuire alla creazione di conoscenza. Forse quell’esperienza si può riprendere e applicare alla scuola.
In ogni caso in questi giorni è stato pubblicato un monitoraggio sulle scuole realizzato con il concorso dei cittadini (ancora da Cittadinanza attiva, probabilmente non hanno perso la cattiva abitudine della ricerca). Tra i dati rilevati ce ne sono due che vale la pena ricordare: il primo – più appariscente – è la presenza di un grande numero di scuole con infrastrutture “a rischio”, un numero tanto grande da rendere lo slogan sulla “buona scuola” ridicolo se non si aggiungono nuove risorse (tutti saranno d’accordo sul fatto che una scuola crollata non sia buona, probabilmente). Il secondo invece è un dato positivo: sebbene le scuole siano ancora governate dai Consigli di Istituto, dai Collegi dei docenti e dagli organi collegiali, la maggior parte è aperta al territorio e alle iniziative dei cittadini. Forse allora la trasformazione degli organi collegiali in “consigli di amministrazione” non è così necessaria a produrre una scuola aperta. E forse per rendere “più aperte” le scuole basta mettere a loro disposizione più risorse e una reale semplificazione amministrativa.