lunedì 29 febbraio 2016

Una scuola grande come il mondo

Si vuole riproporre una poesia di Gianni Rodari sulla scuola:


C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri e professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così…
Si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso!

Concorso a cattedra 2016: la prova scritta


Con l'arrivo del Ministro dell'istruzione  Francesco Profumo  venne inserito nuovamente il concorso per l'insegnamento, una pratica un po' vecchia ma che, tutto sommato, nel 2012 aveva portato una ventata di novità nell'ambito.  Fu prevista l'assunzione di più di 7000 docenti per le svariate classi di concorso con una maggioranza di posti disponibili per i docenti della scuola di infanzia e primaria. Non tutti hanno accolsero la notizia in modo positivo, sopratutto i precari con tanto di esperienza, ma alla fine tutti hanno accettato questo compromesso e si sono messi in gioco cercando al meglio di superare le tre prove che caratterizzano il concorso. Ma ora vediamo come prepararsi per il concorso per docenti. A distanza di 4 anni la storia si ripete ed è importante prepararsi bene. Per quanto riguarda la prova scritta i consigli sono:

·        una lettura attenta della traccia;
·        la riflessione su ogni parola;
·         la precisa distinzione tra argomento principale ed eventuali argomenti secondari;
·        un’introduzione breve e pertinente;
·        una parte centrale in cui sviluppare l’argomento;
·        una conclusione breve contenente i punti essenziali del tema con riferimenti diretti all’introduzione e al titolo.

Gli argomenti da conoscere approfonditamente e da sviluppare con attenzione, in particolar modo nella trattazione delle domande sono molto vari. I più importanti riguardano: problemi di psicologia, metodologia, pedagogia, didattica, sociologia, legislazione e organizzazione scolastica. Tutte queste aree tematiche vanno studiate in maniera critica e sintetica al fine di avere idee chiare da esporre in buona forma al momento opportuno. In altre parole il candidato docente dovrà prestare attenzione, quindi, a diversi aspetti della didattica come la psicologia inerente all'educazione e all'apprendimento scolastico degli alunni oltre che una corretta valutazione dei propri studenti. Si parlerà anche di personalizzazione della propria materia, anche e soprattutto in considerazione della tipologia dei propri allievi: naturalmente, bisognerà prestare attenzione agli alunni con bisogni educativi speciali, con deficit di apprendimento e i disabili. Per quanto riguarda  ciascuna disciplina, si potrà consultare la pagina  istruzione.it/concorso_docenti/documenti.shtml: si tratta di un documento di ben 172 pagine, all'interno del quale, ciascun docente potrà individuare il programma riguardante la sua candidatura.

 

Aldo Domenico Ficara

domenica 28 febbraio 2016

Concorso a cattedra 2016: i posti in gioco


I candidati hanno tempo 30 giorni per presentare l’istanza tramite POLIS a partire dalle ore 8,00 del  29 febbraio 2016 e fino alle ore 14.00 del 30 marzo 2016.

L’avviso relativo al calendario delle prove (prove scritte), sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana - 4a serie speciale - concorsi ed esami, del 12 aprile 2016.

Sono messi a concorso nei diversi settori i seguenti posti:

n. 6.933 posti comuni nelle scuole dell’infanzia;

n. 17.299 posti comuni nelle scuole primarie;

n. 16.147 posti comuni nelle scuole secondarie di primo grado;

n. 17.232 posti comuni di insegnamento nelle scuole secondarie di secondo grado;

n. 3.799 posti di sostegno nelle scuole primarie;

n. 975 posti di sostegno nelle scuole secondarie di primo grado;

n. 1.023 posti di sostegno nelle scuole secondarie di secondo grado.

In un prossimo articolo questi posti saranno elencati per classi di concorso riferite ad ogni singola regione

 

sabato 27 febbraio 2016

Retribuiamo le ore buche agli insegnanti

Si riporta un articolo ( Nel pubblico impiego le ore “buche” vanno retribuite ) da me pubblicato nel luglio del 2012 sulle pagine de La Tecnica della Scuola, riguardante la sentenza n. 17511 del 27 luglio 2010  della Corte di Cassazione, sez. lavoro, ripreso oggi 27 febbraio 2016 da un telegiornale di Gilda TV ( https://www.youtube.com/watch?v=A0kPo4daRns&feature=youtu.be.) In tale video si evidenzia la completa sintonia sulla retribuzione delle ore “buche” da parte di Rino Di Meglio, Coordinatore nazionale della Gilda.


Per la Suprema Corte, nel caso in  cui lo spostamento sia funzionale alla prestazione lavorativa, occorrerà tenerne conto ai fini della quantificazione dello stipendio. (  http://www.tecnicadellascuola.it/item/1019909-nel-pubblico-impiego-le-ore-buche-vanno-retribuite.html?t=storico )    
Con l’avvio del prossimo anno scolastico, il numero di cattedre orario esterne aumenterà, come aumenterà anche il numero dei docenti utilizzati su più di una scuola. Per questi docenti è utile sapere che la Corte di Cassazione, sez. lavoro, con sentenza n. 17511 del 27 luglio 2010 ha affermato che il dipendente pubblico, con ore “buche" nel proprio orario di servizio, deve essere retribuito tenendo in considerazione anche di queste ore.
Infatti, per la Suprema Corte, nel caso in cui lo spostamento sia funzionale alla prestazione lavorativa, occorrerà tenerne conto ai fini della quantificazione dello stipendio.
 Inoltre la prestazione su uno spostamento obbligato dovrà essere qualificata come lavoro a tutti gli effetti, anche a proposito dei limiti temporali imposti dall’art. 2107 del codice civile. La questione sopra esposta è stata affrontata anche dal Ministero del Lavoro con interpello n. 13/2010 del 2 aprile 2010. In questa sede si è chiarito come il D.Lgs. n. 66/2003, superando la normativa contenuta nel RD 1955/1923, considera la prestazione lavorativa quale “messa a disposizione” e non più come lavoro effettivo.
Tale principio ha una precisa corrispondenza con quanto stabilito dalla Direttiva CE 1993/104, secondo cui la definizione di orario di lavoro è la seguente: “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”.
 Questo principio di legittimità può avere sviluppi pratici molto importanti nel comparto scuola. La sentenza n. 17511 del 27 luglio 2010, infatti, può adattarsi al caso di scuole articolate su più succursali, sedi staccate, oppure al docente avente cattedra orario esterna. In questi casi, qualora il dipendente dovesse recarsi da una scuola all’altra (a maggior ragione se nell’ambito della stessa giornata), potrebbe legittimamente pretendere che il tempo di spostamento venga considerato a tutti gli effetti quale prestazione lavorativa.


Aldo Domenico Ficara

Concorso a cattedra 2016: 4 regole per realizzare una lezione efficace


RTS si propone di dare un primo saggio sulla preparazione al concorso a cattedra 2016, evidenziando alcune regole di massima per svolgere una buona lezione in classe. Le prime regole di seguito esposte sono 4: 

Regola n. 1 – Fare continui richiami al vissuto degli studenti, alle loro esperienze reali e quotidiane. Può essere molto efficace mostrare loro articoli di settore in cui si parla degli argomenti trattati  o articoli di giornale dove ci sono solo scoop giornalistici ma l’effetto sul catturare l’ attenzione dei discenti è assicurato.
Regola n. 2 – Sollecitare continuamente la memoria visiva degli studenti. Se è vero che oltre l’80% delle informazioni che ci provengono dal mondo esterno sono affidate alla percezione visiva allora è su questa che occorre puntare.
Regola n. 3 – Far realizzare prodotti  e manufatti agli studenti. Nulla è più efficace del fare nell’apprendimento. Solo attraverso la creazione manuale di ciò che si è appreso nella teoria sarà possibile il vero apprendimento, quello profondo e duraturo.
Regola n. 4 – Usare Facebook ( http://www.educationduepuntozero.it/community/usare-facebook-come-strumento-didattico-3078077593.shtml )  per stimoli creativi, studiare con il glossario, realizzare uno scrapbook per fotografare gli step progettuali di un argomento, disegnare una linea del tempo,  sono tutti funzionali all’apprendimento e al consolidamento di nuove conoscenze e competenze.

 
Aldo Domenico Ficara

Prof fannullone: negligenza, menefreghismo ed arroganza, non fanno un educatore


Ultima descrizione di una ispezione scolastica tratta dall’articolo del Corriere della Sera  pubblicato nell’aprile del 2007 (http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/04_Aprile/11/inchiesta_scuola_insegnanti.html ) Questa volta il soggetto è un professore fannullone. Lo stralcio dell’articolo racconta: “Il professor R. dimostra una compiaciuta e totale inosservanza dei più banali obblighi di servizio». A questa realtà «indiscussa da colleghi, dirigenti superiori e alunni» oppone uno «stato di permanente e strumentale aggressività, all'interno del quale ogni pretesto risulta utile per creare conflitto e tensione all'interno dell'Istituto». Il professor R. «non conosce il programma e non gli importa di conoscerlo». In classe, legge il giornale. Il professor R. ha altri interessi. Insegnando in un Istituto serale, di giorno esercita una seconda professione «non autorizzata». Le assenze sono comunque numerose, e non c'è mai preavviso. Visto l'orario delle lezioni, «risulta estremamente difficile reperire supplenti». E comunque, il professor R. non lo consentirebbe mai. «Nel mese di novembre e dicembre del presente anno scolastico, la scuola ha dovuto fare fronte ad un periodo di assenza per malattia del professor R. che si è protratto per un totale di 42 giorni, senza essere stata messa dall'interessato nelle condizioni di poter nominare un docente supplente, a causa del fatto che il prof R. non ha presentato un'unica richiesta di giustificazione dell'assenza, ma al contrario l'ha segmentata in quattro diversi periodi, ogni volta facendo pervenire alla scadenza di ognuno un nuovo certificato medico. Un'incuria che ha fatto sì che per i suoi studenti vi sia stato di fatto un mese di interruzione dell'anno scolastico». Lo sbarramento difensivo del professor R. consiste in una serie di denunce a carico di preside e vicepreside, al ritmo di due a settimana. Al colloquio, il professor R. sostiene che i suoi alunni «sono bestie che meritano il mio disprezzo». L'ispettore la pensa diversamente: «Studenti lavoratori che dedicano, anche con fatica, parti non irrilevanti del proprio tempo alla frequenza di un corso di studi, le cui aspettative di apprendimento in discipline di primaria importanza sono state regolarmente frustrate e le conseguenze sono risultate evidenti in sede di Esami conclusivi». Quando c'è, il professor R. si fa notare. All'uscita da scuola ha aggredito il suo vicepreside, ed è quasi venuto alle mani con alcuni dei suoi studenti inferociti. Conclude l'ispettore: «In un contesto individuale segnato da negligenza, menefreghismo ed arroganza, il professor R. nulla ha dell'educatore». In prima istanza, viene chiesto il trasferimento a un corso diurno e non serale. Dopo corsi e ricorsi, viene invece deciso il «monitoraggio» del professor R. per la durata di un anno “.

 

Aldo Domenico Ficara

venerdì 26 febbraio 2016

Professoressa C: a volte l'inidoneità all'insegnamento arriva come una liberazione


Tratto dallo stesso articolo de “ L’insegnante che non sa ” (http://aldodomenicoficara.blogspot.it/2016/02/linsegnante-che-non-sa-storie-di.html ), sul Corriere della Sera dell’aprile 2007 si scrive:  “Era una come tante. Da quindici anni insegnava nello stesso Istituto, mai nessuna lamentela sul suo conto. Nell'ottobre del 2004 la professoressa C. incomincia a sentirsi perseguitata dai colleghi (http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/04_Aprile/11/inchiesta_scuola_insegnanti.shtml ). «Mi hanno emarginato» dice all'ispettore. I suoi studenti non hanno pietà. La vedono in difficoltà e iniziano ad approfittarne. La dileggiano, le ridono in faccia, la sfottono per l'aspetto trasandato. Comincia ad accumulare assenze su assenze, una docente che negli anni precedenti aveva fatto solo quattro giorni di malattia. È entrata in una spirale negativa «nella quale — scrive l'ispettore — la qualità didattica decade rapidamente in ogni suo aspetto». Nei primi due colloqui, la professoressa C. «tende a rifiutare questa sua immagine». Nega che vi siano problemi, sostiene che è tutto normale. Solo al termine dell'ultimo incontro chiede che venga verbalizzata una sua «dichiarazione difensiva». Questa: «Io ho sempre insegnato. Faccio le stesse cose di un tempo. Sono i ragazzi che sono diventati diversi. Non riesco più a capirli, e non capisco perché non mi seguono». In un nuovo incontro la professoressa C. comincia a parlare di quello che l'ispettore definisce «un disagio intervenuto». Soffre di ansia, la sola idea di uscire di casa ed entrare in classe «provoca sconforto morale e fisico». Lentamente, «accetta la procedura». Si sottopone ad una visita medico-collegiale. L'inidoneità all'insegnamento arriva come una liberazione “.


Aldo Domenico Ficara

giovedì 25 febbraio 2016

La ricerca è studio da qualunque lato si guardi


Mentre Matteo Renzi lancia al Piccolo Teatro il progetto post Expo Human Technopole, molti ricercatori si radunano alla Sapienza per dare sostanza all’appello lanciato dal fisico Giorgio Parisi “Salviamo la Ricerca italiana” che ha già raccolto in pochi giorni decine di migliaia di firme. A livello comunicativo e mediatico si dovrebbe evitare la creazione di ogni dualismo, perchè la ricerca è studio e lo studio da qualunque punto di vista lo si guardi va adeguatamente sostenuto con finanziamenti equi. Quindi ben venga l'attuazione del progetto Human Technopole, al pari di uno sforzo politico utile a far rientrare dall'unione europea i 300 milioni che mancano all'appello per finanziare correttamente la ricerca di base italiana.

Progetto Human Technopole:

Un progetto da 145 milioni di euro l’anno la cui gestione sarà affidata all’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova, fondazione finanziata dal governo e diretta dal fisico Roberto Cingolani. Oltre all’Istituto genovese copriranno un ruolo importante anche l’Institute for International Interchange di Torino e la Edmund Mach Foundation di Trento. A corredo dell’iniziativa, però, ruota un universo fatto di atenei tra cui l’Università Statale e il Politecnico di Milano e di partner come Ibm Watson Lab, Google, Weizmann Institute e lo European Molecular Biology Laboratory. Anche l’industria si è mostrata interessata al polo nascente: Ferrero, Bayer, Nestlè, Dupont, Barilla e Novartis sono alcuni tra i nomi noti.


Il cappello di un articolo pubblicato l’otto febbraio 2016 su Il Fatto Quotidiano recitava così recitava così: “dei 900 milioni che l’Italia versa all’Europa per la ricerca, solo 600 tornano nelle tasche dei ricercatori italiani. Gli altri 300 finiscono ai Paesi europei dove la ricerca gode già di ottima salute. Alle denunce dell’associazione di ricercatori Roars, si aggiunge ora la lettera di uno dei maggiori fisici italiani, Giorgio Parisi, appena pubblicata dalla rivista internazionale Nature. Che sta facendo molto discutere”.  La lettera citata nell’articolo la possiamo trovare sia in italiano che in inglese all’interno di una petizione che ha raggiunto 42.143 firme di sostenitori, organizzata dallo stesso fisico romano. La lettera indirizzata all’Unione Europea dice: “ Chiediamo all’Unione Europea di spingere i governi nazionali a mantenere i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza. Questo permetterebbe a tutti gli scienziati europei - e non solo a quelli britannici, tedeschi e scandinavi - di concorrere per i fondi di ricerca Horizon 2020. In Europa i fondi di ricerca pubblici sono erogati sia dalla Commissione Europea che dai governi nazionali. La Commissione finanzia principalmente grandi progetti di collaborazione internazionali, spesso in aree di ricerca applicata, e i  governi nazionali finanziano invece  - oltre che i propri progetti strategici - programmi scientifici su scala più piccola, e operati 'dal basso'. Ma non tutti gli Stati membri fanno la loro parte. Per esempio l’Italia trascura gravemente la ricerca di base. Oramai da decenni il CNR non riesce a finanziare la ricerca di base,  operando in un regime di perenne carenza di risorse. I fondi per la ricerca sono stati ridotti al lumicino. I PRIN (progetti di ricerca di interesse nazionale) sono rimasti inattivi dal 2012, fatta eccezione per alcune piccole iniziative destinate a giovani ricercatori. I fondi di quest’anno per i PRIN, 92 milioni di Euro per coprire tutte la aree di ricerca, sono troppo pochi e arrivano troppo tardi, specialmente se paragonati per esempio al bilancio annuale dell’Agenzia della Ricerca Scientifica Francese (corrispondente ai PRIN italiani) che si attesta su un miliardo di Euro l’anno. Nel periodo 2007-2013 l’Italia ha contribuito al settimo 'Programma Quadro' europeo per la ricerca scientifica per un ammontare di 900 milioni l’anno, con un ritorno di soli 600 milioni. Insomma l’incapacità del Governo Italiano di alimentare la ricerca di base ha causato una perdita di 300 milioni l’anno per la scienza italiana e quindi per l’Italia. Se si vuole evitare che la ricerca si sviluppi in modo distorto nei vari Paesi europei, le politiche nazionali devono essere


 
Aldo Domenico Ficara

 

lunedì 22 febbraio 2016

Scuole paritarie cattoliche: bugie, assurdità, trucchetti, illusioni (*)

di Vincenzo Pascuzzi – 22 febbraio 2016

“non giurate, né per il cielo, né per la terra …. 
Non giurare neppure per il tuo capo …. 
Ma sia il vostro parlare: Sì, sì; no, no;
poiché il di più vien dal maligno”
da Matteo Ev., 5:34-37
 
“Scuola d’élite, scuola per ricchi, scuola che riproduce le disuguaglianze sociali. Oppure scuola che promuove tutti perché ‘tanto paghi…’, scuola che vive alle spalle dello Stato“ e poi “la Fidae …. promette un triennio di lotta alla disinformazione e ai luoghi comuni”.
Così Eleonora Fortunato introduce l’intervista a Virginia Kaladich, d.s. e diaconessa padovana, neo-presidente Fidae, in cui viene tratteggiato il programma triennale delle quasi 4mila scuole paritarie cattoliche associate. Peccato che nelle sole 8 righe iniziali e in meno di 100 parole sia già contenuta – e basta una lettura informata, meditata e critica per rivelarlo - la confessione delle bugie e la contraddizione delle false tesi contenute nell’articolo.

infatti, è pura verità, e non certo disinformazione o luogo comune fallace, affermare o ritenere che le scuole paritarie siano scuole  per pochi e per ricchi (chi può permettersi una retta annuale di circa 4 o 5.000 euro). Del resto se non fossero scuole per abbienti o quasi, perché insistere con i contributi statali? E perché Anna Monia Alfieri, presidente della Fidae Lombardia, dovrebbe affermare: «Oggi la scuola italiana è diventata classista, perché i poveri non possono fare una scelta educativa in piena libertà» (v. Famiglia Cristiana del 5.10.2015)?

La paritaria “promuove tutti perché ‘tanto paghi…’”? Beh, proprio tutti tutti no, ma alcuni sì: può farlo e presumibilmente lo fa (lo fanno anche le statali …. ). Come molto presumibilmente seleziona in ingresso ed in itinere escludendo persone non gradite e per lei scomode.
La lotta alla disinformazione, secondo Virginia Kaladich, va combattuta su un fronte duplice: da una parte negare la realtà vera e concreta (v. i cenni suddetti) e dall’altra accreditare una realtà diversa, finta, inventata, funzionale agli scopi.
Si comincia con la “presunta incostituzionalità dei contributi” ex art. 33, c. 3, Cost. (v. “senza oneri per lo Stato”), ma l’incostituzionalità dei contributi non è niente affatto “presunta”! Al contrario, risulta presunta, millantata, rivendicata, perciò tutta da dimostrare – e dopo ben 68 anni di pacifico orientamento corretto! – la tesi inversa cioè la costituzionalità degli stessi contributi o finanziamenti. Allora, un qualche ricorso alla Corte Costituzionale, oppure direttamente una legge di modifica dell’art. 33, dovrebbe essere preferibile a una lotta alla (presunta) disinformazione per superare la “riluttanza dei cittadini”: per concludere poi cosa?
L’argomento secondo cui la paritaria che fa “risparmiare allo Stato circa 6 miliardi di euro/anno, fonte Agesc”, assieme all’altro anch’esso ricorrente (ma non richiamato nell’intervista) che “le famiglie che scelgono le scuole paritarie pagano due volte, prima le tasse e poi la retta” risultano inconsistenti perché conseguenza di scelte libere altrui, non concordate, tantomeno richieste dallo Stato e fingendo che l’art. 33, Cost. non esista o possa essere ovviato fischiettando. Inoltre, appare palesemente assurda, improponibile, contraddittoria una proposta tipo: “caro Stato, decido io cosa e quanto ti faccio risparmiare, faccio io i calcoli, tu dammi quanto ti ho fatto risparmiare ??!!”. Cioè la conseguenza che si mangia la causa !!
È tutto da dimostrare, costituisce solo opinione soggettiva l’affermazione che “Quando gli italiani si dicono contrari al finanziamento della scuola non statale, dimostrano di essere non bene informati …. “. In primo luogo sono i politici e il governo a decidere sui finanziamenti e non “gli italiani” direttamente. Seconda considerazione, probabilmente “gli italiani” – almeno alcuni – cominciano a collegare la detrazione fiscale di 400 euro/alunno alle paritarie con il contributo volontario-obbligatorio di 100 o 200 euro/alunno richiesto dalle statali, giungendo forse alla conclusione che complessivamente i due importi si equivalgono. Cioè e purtroppo, il contributo volontario ma obbligatorio imposto dai d.s. delle statali – tramite una triangolazione - finisce nelle detrazioni fiscali alle paritarie! Tra l’altro, la categoria degli “italiani che sono contrari ecc.” include anche la maggioranza dei cattolici praticanti, o no?
Poi “le scuole cattoliche danno lavoro”: ovvio, proprio come le statali, nessun merito particolare, a meno che non si alluda a qualche …. scambio informale e celato.
Ancora, “stipendi più bassi” e “scuola di serie B”: anche questo sicuramente vero e confermato dalla migrazione innegabile e riconosciuta verso “l’agognato posto di ruolo statale”, dove peraltro le condizioni sono fra le più critiche e misere d’Europa e ancora destinate a peggiorare con la l. 107/2015.
Svista, errore, trucchetto o vizietto nel richiamare il “sistema pubblico di istruzione” istituito dalla l. 62/2000? La dizione corretta si trova nelle prime 5 parole del comma 1, dell’unico articolo: “Il sistema nazionale di istruzione”. Scrivere “pubblico” stimola interpretazioni e aspettative infondate, incomprensioni.
“Siamo scuola da più di un secolo …. i collegi dei gesuiti e dei salesiani”. Bisogna guardare – insieme, se possibile - più al presente e al futuro che al passato. Anche perché guardando non troppo indietro potremmo anche imbatterci nel …. “flagello dell'istruzione obbligatoria” di S.S. Pio IX, e constatare il divieto di accesso delle donne ai licei e alle università, rimosso (almeno sulla carta) soltanto nel 1874.
Appare  pretestuoso, improprio e strumentale (un bla-bla-bla diversivo,  un perditempo dialettico) il richiamo a “antichi rancori e pregiudizi …. vessillo ideologico”. Richiamo che vorrebbe accantonare, silenziare e bypassare opinioni diverse dalla proprie. Ma le note – questa compresa – di chi la pensa diversamente da Fidae, Agesc, Cei, Bagnasco, Scola, A.M. Alfieri e altri/e non covano rancori, né esibiscono vessilli, sono solo ancorate alla realtà e fondate su solidi ragionamenti.
Almeno per il momento, tralasciamo ulteriori puntualizzazioni su aspetti minori e veniamo ad alcune considerazioni finali di tipo generale anche con argomenti non toccati nell’intervista.
1)      Paritarie cattoliche.
Sono sicuramente in crisi e in contrazione. “In due anni hanno chiuso 349 scuole paritarie, mentre le iscrizioni sono calate di 75.146 alunni” e gli iscritti sono scesi sotto il milione (v. Avvenire, 1.10.2015). Colpa della crisi, della denatalità, della secolarizzazione della società. Calano anche le vocazioni religiose e sono sempre meno scuole dei preti e della monache: in Veneto – lo dice Virginia Kaladich – si hanno 288 consacrati su 3mila docenti delle paritarie, meno di uno su dieci (uno per classe). Sicuramente i religiosi sono quelli ai vertici e che gestiscono, decidono, comandano. I docenti sono assunti in maniera discrezionale, al di fuori delle graduatorie statali, maturano (illogicamente) punteggio, se possono passano alle statali. Quindi nelle paritarie abbiamo più docenti precari, più giovani e meno esperti, il servizio fornito non è, non può essere – mediamente - al livello delle scuole statali. Infatti, i risultati (variamente misurati) sono inferiori.  Il pagamento di una retta non è alla portata di tutte le famiglie, sono scuole per abbienti perciò elitarie. Le paritarie dell’infanzia (o materne, o asili) sicuramente tamponano le gravi carenze delle statali, ma questa dovrebbe essere situazione transitoria e da sanare. Le paritarie non offrono – non sono tenute, non gli conviene – tutti i tipi di scuola superiore, né sono dislocate dappertutto sul territorio nazionale.
2)      Vicolo cieco.
L’aspirazione delle paritarie cattoliche di pervenire anche alla parità economica (cioè rette a carico dello Stato) tramite l. 62/2000 e l. 107/2015 non appare realistica e realizzabile. La prospettiva sognata da A.M. Alfieri di usare la l. 107/2015 “ come leva per scardinare una cultura nemica della libertà (?!)” (v. tempi.it,  17.7.2015) non sembra realizzabile nell’immediato, né alla portata in tempi medi. L’art. 33, Cost. rappresenta scoglio fastidioso e insormontabile o provvidenziale diga a difesa (a seconda dei pdv e degli interessi concreti). I circa 400 euro racimolati come detrazione fiscale costituiscono contentino poco più che simbolico e senza prospettiva oppure  abuso interessato e un po’ somigliante a voto di scambio, sempre secondo i diversi pdv. 
3)      Voucher.
L’obbiettivo ottimale e soddisfacente per le paritarie cattoliche sembra essere costituito da contributi statali pari ai 6 mld di “risparmio” calcolati da Agesc nel 2007, ma contestati da Andea Gavosto della Fondazione Agnelli: “La chiusura delle scuole private in crisi costerebbe allo Stato molto meno di 6 miliardi”(v. corriere.it, 27.6.2014). Ammessi i 6 mld detti, ne verrebbe di conseguenza un voucher individuale di circa 5.000 euro annui pari alla retta media.  Una tale ipotesi potrebbe innescare conseguenze spiacevoli e inaccettabili sia fra le paritarie che fra statali.  Come impedire a chi già può sostenere una retta per la paritaria di aggiungere al voucher statale un delta, qualcosa di suo (mettiamo 2.000 euro) per accedere a una paritaria super? Il meccanismo del delta di incremento al voucher si propagherebbe sicuramente alle statali snaturandole.
4)      Costo standard.
Da almeno un paio d’anni, il costo standard – sostanzialmente finalizzato a definire l’entità del voucher individuale – è il cavallo di battaglia della Fidae e di A.M. Alfieri. Lo Stato dovrebbe – sempre per risparmiare, bla-bla-bla – finanziare le scuole statali con buoni scuola o voucher di entità pari al costo standard, calcolato ecc., ecc.: tanti iscritti, tanti buoni scuola. Poi il meccanismo andrebbe esteso anche alle paritarie e il gioco sarebbe fatto, in barba alla Costituzione!
Sul costo standard, A.M. Alfieri ha fatto studi (ha una 2ª o 3ª laurea in  Economia), ha scritto articoli e da ultimo anche un libro-saggio insieme a Marco Grumo e Maria Chiara Parola (“Il diritto di apprendere”) pubblicizzato , il 12 novembre scorso, su un’intera pagina di Repubblica. Insomma A.M. Alfieri ha le carte più che in regola, tanto che, due mesi fa (v. tecnicadellascuola.it, 18.12.2015) ha scritto una lunga lettera aperta al suo coetaneo e Boy Scout Emerito Matteo Renzi, senza avere ancora risposta. L’Alfieri segnalava tra l’atro che l’adozione del costo standard ”consentirebbe allo Stato di risparmiare più di 17 miliardi di euro all’anno, rispetto agli attuali 56 miliardi”. Forse Renzi non si fida, sta rifacendo i conti e ci vuole tempo oppure si accontenta dei 17 miliardi di dollari, compresa valigiata di Rolex, una tantum dell’Iran di Hassan Rohani.
5)      La mitragliata.
Gabriele Toccafondi, sottosegretario al Miur, ha la delega per le scuole private, ex PdL ora è con l’NCD. Per motivi elettorali, coccola e liscia le scuole paritarie cattoliche. 
Non crede applicabile il costo standard, ma ha ugualmente promesso alle paritarie la parità economica.
Ha dichiarato infatti: “Il costo standard è un bell’esercizio matematico. In sanità ci sono molte variabili, ma nella scuola no. Oltre il 90 per cento della spesa pubblica è data dagli stipendi e quelli sono regolati da un contratto collettivo nazionale” aggiungendo “Già dall’anno prossimo cercheremo di raddoppiare o quadruplicare le detrazioni. E l’obiettivo è quello di giungere entro fine legislatura a una detrazione totale delle spese che una famiglia sostiene per mandare i figli alle paritarie” (v. Daniele Guarneri, tempi.it, 25.10.2015).
È vero che NCD è un partito molto piccolo, ma c’è chi lancia l’allarme: “ la frase che arriva come un mitragliata al cuore di tutti noiDocenti della Scuola Statale, è questa: ‘Scuole statali e non statali non esisteranno più. Tutte saranno  Scuole Pubbliche’. L’attacco alla Costituzione e alla Democrazia è stato sferrato insieme a tutte le bombe esplose con la Buona Scuola” (v. Claudia Pepe, lettera43.it, 19.2.2016).
6)      Papa Bergoglio
Diversamente dalla Cei di Bagasco, papa Bergoglio, nel volo di ritorno da Cuba e dal Messico, ha dichiarato chiaramente: “su famiglia e unioni civili il Papa non si immischia nella politica italiana”.
Anche sulla scuola cattolica italiana Bergoglio non si immischia, lo testimoniano i fatti, maglio le omissioni sicuramente non casuali e significative.
Il 10 maggio 2014, ben 300.000 studenti delle scuole cattoliche furono portati all’incontro con il papa a piazza San Pietro. Due anni di preparazione, Cei mobilitata, Bagnasco ricevuto da Bergoglio poche ore prima, ma NULLA disse allora il papa riguardo ai contributi statali alle paritarie. Da segnalare  che tantissimi striscioni amplificavano un unico messaggio significativo: «Basta steccati tra istituti pubblici e privati»!
Più recentemente, nell’udienza all’Agesc  del 5 dicembre scorso, nessunissimo cenno di Bergoglio a contributi statali alle paritarie.

P.S. A breve verrà aggiunto un elenco di link attinenti.
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(*) NOTA.
Virginia Kaladich, d.s. e diaconessa padovana, il 28 nov. 2015 è stata eletta presidente nazionale della Fidae e il 17 febbraio ha rilasciato la sua prima intervista. Con riferimento a quanto da lei dichiarato, vengono espressi alcuni commenti dissenzienti, critici e puntuali, diretti ovviamente non all’autrice, ma alle posizioni espresse e riportate riguardo le scuole “paritarie” cattoliche. Posizioni accreditate acriticamente come verità dogmatiche o quasi negli ambiti cattolici e religiosi tipo Fidae stessa, Agesc, Cei, parrocchie, ecc., e recepite presso gruppi politici affini e interessati ad ingraziarsi l’elettorato cattolico più tradizionalista.
V.P.
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Scuole non statali, Kaladich: chi contrasta finanziamento paritarie non è bene informato sul ruolo. Solo in Veneto 3mila docenti e 25mila studenti
di Eleonora Fortunato - 17 febbraio, 2016
Scuola d’élite, scuola per ricchi, scuola che riproduce le disuguaglianze sociali. Oppure scuola che promuove tutti perché “tanto paghi…”, scuola che vive alle spalle dello Stato “perché siamo in Italia e c’è il Vaticano”.
Sarà capitato a molti di sentire parlare così delle scuole non statali, paritarie cattoliche comprese. Ma la Fidae, la Federazione italiana a cui aderiscono i quasi 4mila istituti cattolici presenti sul territorio nazionale, non ci sta e con la nuova Presidente Virginia Kaladich promette un triennio di lotta alla disinformazione e ai luoghi comuni.
La riluttanza dei cittadini e dei politici italiani a un sostegno finanziario certo e duraturo nel tempo alla scuola paritaria ha, come è noto, le sue origini nella presunta incostituzionalità dei contributi (‘senza oneri per lo Stato’ si legge all’art. 33 della nostra carta fondamentale) o nell’idea che a usufruire di essa sia solo una minoranza della popolazione (minoranza che a guardare bene, però, fa risparmiare allo Stato circa 6 miliardi di euro all’anno, fonte Agesc), tuttavia si nutre almeno di un dato oggettivo: come mai riescono a ottenere e a conservare i requisiti di parità anche i famigerati ‘diplomifici’?
“È vero – concorda Kaladich - quella dei ‘diplomifici’ è un’anomalia che nuoce all’identità di tutte le scuole che rientrano nel sistema pubblico di istruzione, ma mi preme ribadire che il futuro delle paritarie cattoliche dipenderà in primo luogo da noi, dalla nostra capacità di raccontare chi siamo e che cosa facciamo. Recriminare e rivendicare risorse senza creare una cultura corretta della nostra presenza sul territorio è inutile, se non dannoso. La svolta che vorrei imprimere è perciò culturale, ancor prima che politica. Quando gli italiani si dicono contrari al finanziamento della scuola non statale, dimostrano di essere non bene informati sul ruolo, sul lavoro e sugli enormi sforzi che la maggioranza di questi istituti compie ogni giorno per stare accanto alle famiglie, per assicurare loro una più ampia libertà di scelta educativa con una proposta culturale che è sintesi coerente tra fede, cultura e vita. Per portare un esempio che conosco da vicino, nel solo Veneto le scuole cattoliche danno lavoro a 3mila docenti - di cui i consacrati sono soltanto 288 - offrendo un servizio a oltre 25mila studenti”.
È, dunque, ai propri insegnanti, ai propri collaboratori amministrativi, ai propri dirigenti che la nuova guida della Fidae chiede uno sforzo di comunicazione in più. Ma come ignorare che un’ampia parte di queste stesse risorse viva la scuola paritaria come una fase di passaggio in attesa dell’agognato posto di ruolo statale? Colpa degli stipendi più bassi (solo il contratto Agidae garantisce un trattamento non troppo dissimile da quello statale), ma anche del pregiudizio che esista una scuola di serie A, quella dello Stato, e una scuola di serie B, la paritaria. “Ed ecco un altro punto su cui si misura il mancato riconoscimento del nostro ruolo di formazione e di accompagnamento dei docenti, specie di quelli più giovani - risponde Kaladich - Siamo scuola da più di un secolo, da prima che l’Italia si dotasse di un sistema nazionale di istruzione, eppure ci troviamo ogni volta a dover dimostrare o elemosinare qualcosa”.
Scuola da più di un secolo, proprio così, con i collegi dei gesuiti e dei salesiani che hanno collaborato alla scolarizzazione e al riscatto culturale di intere aree, anche molto deprivate, del nostro Paese, favorendo sviluppo e coesione del tessuto sociale. Un ruolo che fino a qualche lustro fa nessuno si sarebbe mai sognato di disconoscere, ma che paradossalmente viene messo in discussione proprio a partire dall’approvazione della legge n. 62 del 2000: da un lato la scuola paritaria entra a pieno titolo nel sistema pubblico di istruzione, dall’altro risveglia antichi rancori e pregiudizi, divenendo un pomo della discordia, un vessillo ideologico su cui i programmi elettorali marcano ancora oggi le loro identità.
“La Legge del 2000 voluta dall’allora ministro Berlinguer ha rappresentato una svolta significativa – continua Kaladich - ma l’obiettivo è ora passare dal sistema incerto dei contributi deliberati anno per anno dal Parlamento a quello di un finanziamento certo e garantito dallo Stato, come peraltro avviene in molti Paesi della stessa Unione europea. Le detrazioni fiscali a vantaggio delle famiglie che scelgono la scuola paritaria introdotte dalla Legge 107 rappresentano un buon inizio, così come il ripristino del contributo di 472 milioni, che ha la novità di aver stabilizzato i fondi per i prossimi anni (‘d’ora in poi’ c’è scritto sull’emendamento, ndr). Ma siamo purtroppo ancora lontani dai 535 milioni di qualche anno fa…” e soprattutto da soluzioni che realmente garantirebbero una equità retributiva ai docenti delle paritarie, come per esempio la presa in carico dei loro stipendi da parte dello Stato, una soluzione adottata in molti stati europei. A proposito di questo la Presidente Fidae conclude: “Un po’ di tempo fa mi trovavo a Budapest, e ho avuto modo di incontrare il ministro dell’istruzione; ebbene, la mia ospite mi ha comunicato quasi con imbarazzo che lo Stato lì da loro riesce a coprire ‘solo’ i costi degli stipendi dei docenti delle scuole cattoliche ungheresi. Si immagini un po’ il mio di imbarazzo…”.
I tempi non sono ancora maturi nel nostro Paese per un cambiamento strutturale del genere, Kaladich lo sa bene; basta pensare all’esclusione dei docenti di scuola paritaria dal beneficio dei 500 euro ad personam per la formazione, o alla rigida posizione contro il finanziamento alla scuola non statale assunta di recente da una forza politica nuova come il Movimento 5 Stelle, che dovrebbe nascere smarcato da ideologie da prima repubblica. Nell’attesa, certo, che l’antagonismo tra scuola statale e scuola non statale ceda il passo a un regime di sussidiarietà vero, dove la seconda affianca e aiuta la prima a erogare il servizio su cui più di ogni altro si misura la civiltà di un popolo. 
17 febbraio, 2016 - 06:52


domenica 21 febbraio 2016

Pendolarismo estremo: insegnante di 33 anni trovata morta in un B&B a Firenze


Una giovane insegnante di 33 anni che da Napoli era venuta a Firenze per una supplenza di soli due giorni, è stata trovata morta nella stanza in cui abitava in un B&B in Borgo Ognissanti, a Firenze (http://m.repubblica.it/mobile/r/locali/firenze/cronaca/2016/02/19/news/da_napoli_a_firenze_per_una_cattedra_muore_in_una_stanza-133785008/?refresh_ce ) . Probabilmente  l'ha colta un malore nella notte. L'allarme è stato dato dal fidanzato e dai familiari che non riuscivano a rintracciarla. Sul posto sono intervenuti tempestivamente i vigili del fuoco. Poi è arrivata la polizia. Nessun segno di effrazione nella stanza, nessuna violenza sul corpo della donna. Nella stanza è stata trovata una siringa, ma dalle prime indiscrezioni sembrerebbe che non sia stata utilizzata. Tornano di attualità le notizie riguardanti il pendolarismo estremo,  quello fatto di centinaia di chilometri per svolgere supplenze di pochi giorni. In questo caso un viaggio di circa 1000 chilometri tra andata e ritorno, per soli 2 giorni di supplenza. Questo fenomeno sociale non coinvolge solo il nostro Paese, infatti, anche la Bbc ha fatto un servizio televisivo sul "pendolarismo estremo": non una o due ore per andare al lavoro, ma tre, quattro, cinque. Storie di gente che vive in Galles e lavora a Londra. Che vive a Londra e lavora a Parigi. Che vive a Parigi e lavora a Bruxelles. O anche più lontano. Tutto questo è in parte conseguenza della crisi economica, per cui se uno trova un impiego lo piglia subito, anche a due - tre ore di distanza da casa, con tutte le conseguenze e gli imprevisti che stanno dietro l’angolo
 

Aldo Domenico Ficara

venerdì 19 febbraio 2016

L’insegnante che non sa: storie di ordinarie ispezioni scolastiche


In un articolo pubblicato quasi dieci anni fa sul Corriere della Sera si descrivono i momenti di un’ispezione scolastica nei confronti di un insegnante ( indicato come professor X ),  la cui conoscenza della propria disciplina si era diradata nel tempo. In merito a questa ispezione si scriveva: “ «Alza la voce». Gli studenti urlano al professor X. di farsi almeno sentire. Quattro mesi dopo, non fanno più nemmeno quello. Nelle sue ore, quando lui entra, loro escono. L'insegnante soffre di «incapacità didattica conclamata» secondo l'ispettore. «La sua conoscenza della materia si è totalmente diradata nel tempo». L'inviato del ministero assiste alle lezioni del professor X. e capisce che il problema non è solo nella sopraggiunta ignoranza di una materia studiata vent'anni prima. «L'incapacità professionale è dovuta anche a una situazione di scarsa autostima che si riflette in una bassissima immagine di sé». L'insegnante fa lezione con tono di voce sommesso, rigido, le mani abbandonate lungo i fianchi, rivolgendo le spalle agli studenti. Nel colloquio con l'ispettore non riconosce il problema. Agli studenti, che gli chiedono di spiegare argomenti che loro, da soli, riconoscono come importanti, contrappone un rifiuto netto. «Stessero attenti, imparerebbero. Io spiego, e a chi non segue metto un 2 sul registro» è la sua tesi. Nell'atteggiamento «di totale chiusura del professor X., che gli consente di frapporre un muro tra sé e gli altri», l'ispettore rileva come all'insegnante «manchi del tutto la coscienza della funzione di apprendimento degli studenti». Viene formulata una richiesta di «dispensa dal servizio», ovvero l'assegnazione «ad altro incarico». Il professor X. fa ricorso. Viene decisa un'altra ispezione “.

 
Aldo Domenico Ficara

giovedì 18 febbraio 2016

Gli insegnanti sono ormai tutti rane bollite ?


Il principio della rana bollita, utilizzato dal filosofo americano Noam Chomsky, fa riferimento alla Società, ai Popoli che accettando passivamente, il degrado, le vessazioni, la scomparsa dei valori, dell'etica, ne accettano di fatto la deriva.  A tal riguardo in un blog di cui si riporta il link (https://marco4pres.wordpress.com/2010/10/21/il-principio-della-rana-bollita-di-noam-chomsky/ )  si scrive: “Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone. Questa esperienza mostra che – quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lentasfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta “. Se si guarda ciò che sta accadendo nel nostro sistema dì istruzione  da alcuni decenni, ci si  accorge di una lenta deriva culturale e organizzativa alla quale piano piano gli insegnanti e tutto il personale delle scuole si abituerà.  La domanda nasce spontanea: “Gli insegnanti sono ormai tutti rane bollite ?”

 
Aldo Domenico Ficara

 

 

Correva l’anno 2009: (GruSSME) Gruppo di Riflessione per la valorizzazione del Merito


Oggi tutti parlano di merito professionale nella scuola, ma a Messina 7 anni fa, per contrastare l’azione demolitiva di Maria Stella Gelmini e del suo gruppo di consiglieri riguardante la formazione iniziale degli insegnanti, nasceva il manifesto del GruSSME un Gruppo di Riflessione Unitario Siciliano di Supervisori per la valorizzazione del Merito. Con quel Manifesto si costituiva un Gruppo di Riflessione finalizzato alla tutela della professionalità docente, con particolare riguardo per la formazione iniziale, nella piena attenzione delle specificità locali. I membri del Gruppo si impegnano ad esperire in maniera paritaria ed unitaria le proprie competenze professionali e le proprie risorse personali e culturali e trovano coesione nella condivisione di obiettivi e metodi. Il Gruppo finalizza la propria azione al perseguimento dei seguenti obiettivi:

 
1. Intervenire sul meccanismo della formazione iniziale, seguendo con costante e
critica attenzione l'iter legislativo e mettendo in atto ogni iniziativa possibile per
garantire una formazione adeguata e dei meccanismi di reclutamenti che premino il
merito, non tradiscano le legittime aspirazioni dei neolaureati e garantiscano un
adeguato ricambio della classe docente.

2. Valorizzazione dell'esperienza acquisita nel campo della formazione.

3. Riconoscimento della funzione svolta quali figure di raccordo tra scuola ed
università e di mediazione tra la dimensione di ricerca e quella della prassi
metodologica dell'insegnamento.

4. Istituzione del ruolo professionale di insegnante-formatore, con la costituzione di
un'apposita figura professionale stabile (come del resto avviene in tutta Europa),
come logica conseguenza della prevalenza dell'importanza del consolidamento
delle professionalità acquisite su di un demagogico e “massificante” turn-over (le
professionalità non sono tutte uguali ed intercambiabili).

5. Progressione di carriera intesa come valorizzazione e riconoscimento del merito e delle professionalità effettive e non come “concessione” di favori. Gli attuali
Supervisori di tirocinio hanno superato un concorso comparativo per titoli ed esami
ed hanno messo alla prova la propria professionalità nel continuo confronto con i
propri tirocinanti, costituendo de facto, come confermato dagli specializzandi in tutti
i questionari di valutazione, la parte più “viva” ed innovativa delle SSIS.

Di seguito si riporta il link pubblicato nelle pagine del sito web dell’ANFIS (associazione professionale dei docenti con competenze certificate nel campo della formazione, della supervisione di processi formativi, della ricerca didattica nella scuola.  ANFIS è soggetto qualificato MIUR per la formazione degli insegnanti ):
 

Aldo Domenico Ficara

 

martedì 16 febbraio 2016

Essere o non essere culpa in vigilando


Considerando il fatto che i genitori devono fornire ai figli un bagaglio educativo grazie al quale essi non pongano in essere comportamenti pericolosi e potenzialmente dannosi per i terzi, e che  devono provvedere a correggere quegli aspetti del carattere del figlio che denotino imprudenza e leggerezza, vediamo di seguito 2 esempi in cui è interessato il concetto di culpa in vigilando nelle attività all’interno di una scuola:

1.     E’ stata ritenuta sussistente la responsabilità dell’insegnante per culpa in vigilando nell’ipotesi in cui un alunno delle scuole medie, durante la lezione di educazione musicale, mentre teneva il flauto tra le labbra e si apprestava a suonarlo, è stato colpito casualmente da un compagno con una gomitata che gli aveva procurato la rottura di due incisivi.

2.     Non è stata ritenuta sussistente la culpa in vigilando dell’insegnante nel caso di incidente accorso ad un alunno e verificatosi malgrado la vigile presenza dell’insegnante e l’ordinata modalità di effettuazione del rientro degli allievi verso la classe, modalità che evocava un contesto di assoluta normalità e che, secondo i giudici, non ha mostrato profili di inadeguata sorveglianza e/o di inadeguata percezione di una situazione di possibile rischio da prevenire.

I problemi non finiscono anche quando gli studenti escono dalla scuola, infatti,
è stato ritenuto imputabile  a culpa in educando dei genitori e  in concomitanza
a culpa in vigilando della scuola il danno provocato da un minore che, uscito dall’edificio scolastico durante l’orario di lezione, aveva investito un passante guidando il ciclomotore di un compagno senza avere il patentino.

 


Aldo Domenico Ficara

domenica 14 febbraio 2016

Il problema degli arredi scolastici: cosa dicono Insegnanti e Dirigenti scolastici


Dopo gli ultimi articoli pubblicati su RTS*  e condivisi in vari gruppi tematici Facebook sulla scuola, è particolarmente significativo riportare alcuni dei tantissimi commenti fatti sui social:
1.     Nessuna Scuola è a norma, gli arredi non sono a Norma. Siamo oberati di continui incontri sulla Buona Scuola (vogliono convincerci alla Buona Scuola), ma raramente si fanno accurati controlli se le Scuole sono a norma, se tutto funziona regolarmente. Quando poi accade che uno studente muore la prima accusa è rivolta all' insegnante che mentre spiega deve controllare 27/28 alunni, se un alunno chiede di andare in bagno è responsabile, durante l' intervallo l' insegnante deve stare in classe ma non tutti gli studenti sono in classe perché vanno in bagno, vanno ai distributori automatici a prendere la merenda (molte scuole: Licei Scientifici e Istituti Tecnici al loro interno hanno pure il Bar, sono le scuole che fino a 20 anni fa erano in gestione alle Province e se pur passate tutte in gestione allo Stato il Bar è RIMASTO). Finestre, termosifoni, scale interne, aule che contengono più alunni di quanto possono e tanto altro...  E l' insegnante è sempre responsabile in prima persona...!!!! ( insegnante )
2.     Mi ha sempre fatto paura quando i bambini si dondolano sulle sedie (anche quelli di 5 anni) e io infatti non lo permetto a costo di essere antipatica e severa!!!! Certo oggi noi insegnanti siamo obbligati ad essere più dei carabinieri che vietano ma altrimenti vedete come va a finire!!!!e sempre più aspetto solo la pensione per essere al sicuro!!!e ringrazio ogni sera il cielo che mi è andata bene!!!! ( insegnante )
3.     Ma il giudice lo sa che ai presidi non sono assegnati soldi per acquisto di arredi e che tali forniture sono a carico degli enti locali? ( commento di un Dirigente scolastico in pensione ed ex presidente dell’ASASI Associazione Scuole Autonome Sicilia )
4.     Ricordo centinaia di sedie rotte ( si dissaldavano le gambe posteriori a causa del dondolio) e quando chiedevi alla Provincia di rottamarle come RAE ti rispondevano che dovevi pensarci come scuola . Feci un tentativo, chiedevano più di tremila euro ! La notizia si sparse tra i bidelli.... Ed ecco, miracolo, una notte di Natale sparirono tutte, non si sa come. Sarà stato Babbo Natale..... ( Dirigente scolastico )

Prendo lo spunto dal commento dell'ex presidente ASASI  per rispondergli che la magistratura conosce  bene le norme e soprattutto le consuetudini che esistono all’interno delle scuole ( formazione e informazione sulla sicurezza spesso di non alta qualità ), e lavora per controllare se l’amministrazione statale, a qualsiasi livello essa sia, le rispetta. Rimane fermo il punto che al cospetto di tali episodi poco possono fare insegnanti e DS.
* i link degli articoli pubblicati su RTS:

http://aldodomenicoficara.blogspot.it/2016/02/morire-dondolandosi-su-una-sedia-di-chi.html

http://aldodomenicoficara.blogspot.it/2016/02/norme-uni-en-1729-banchi-e-sedie.html
 
Aldo Domenico Ficara