L'accademia della burocrazia


Ne abbiamo già parlato su Tempi: nel sistema dell’istruzione quanto più si parla di autonomia tanto più si afferma il dirigismo. Si era proclamato che la ricetta per guarire il sistema non era l’incremento di controlli soffocanti a monte, bensì autonomia e valutazione a valle. Niente da fare.

La nuova normativa per la formazione degli insegnanti (lauree magistrali e Tirocinio Formativo Attivo, TFA) mirava ad aprire le finestre a un’aria nuova, coinvolgendo nel modo più ampio scuole e università, liberando il sistema dal dominio delle consorterie che se ne ritenevano proprietarie. E invece ecco che queste, non avendo potuto bloccare la nuova normativa, cercano di controllarla, secondo il classico paradigma nazionale del gattopardismo. Ministero e associazioni dei vecchi “supervisori” in combutta gestiranno un corso di formazione per i docenti tutor di classe, così chi vorrà fare il tutor nei tirocini dovrà passare sotto queste forche caudine. È la solita infernale miscela di dirigismo e corporativismo che si ripresenta in termini ancor più soffocanti nel nuovo progetto di rifare la testa degli insegnanti. Difatti, secondo i dettami ministeriali, la nuova certificazione delle competenze andrà imposta con un “modello unico nazionale” corredato di linee guida. E, come se non bastasse, si è valutato che gli insegnanti non sono adeguati: insegnano soltanto a “sapere” e non a “saper fare”, per colpa delle università. Quindi, le loro teste (in ogni ordine e grado) andranno rifatte secondo i principi della Didattica di Stato formulati nei corridoi del ministero. Ci vorranno anni, si annuncia da quei corridoi, per rifare teste tanto mal strutturate: un piano quinquennale degno di quelli sovietici.
L’invito di Giorgio Vittadini – «cari docenti, siate maestri, non funzionari» – appare come un grido disarmato di fronte all’avanzare implacabile del dirigismo centralista, che tutto concede all’autonomia a condizione che gli insegnanti applichino come automi le prescrizioni metodologiche che piombano implacabili dall’alto.
Le cose non vanno meglio per l’università. Difendemmo la riforma universitaria dalla demagogia degli scalatori di tetti. Ma già allora in molti avvertimmo che alcuni aspetti della riforma andavano corretti, e in particolare: l’eccessivo dirigismo espresso dalla mole imponente di regole e adempimenti; la tendenza a dare troppo potere ai consigli di amministrazione e ai rettori; la visione della valutazione come un processo ex ante e non ex post, adottando modelli di valutazione “automatici”, con procedure bibliometriche (il conteggio delle citazioni dei lavori scientifici) sempre più criticate nei paesi in cui sono state collaudate. Forse non vi è stata attenzione per quel che accadeva in Parlamento – un esponente del Pdl lamentava di come la riforma fosse stata “rovinata” – e per i decreti attuativi. Forse occorrerà cospargersi il capo di cenere.
A suo tempo, l’introduzione dell’autonomia amministrativa dei dipartimenti realizzò elasticità e rapidità nella gestione dei fondi. Ora il sistema universitario rientra nel regime di Tesoreria unica: tutte le entrate saranno versate nelle contabilità speciali gestite dalla Banca d’Italia. Sembra anche che le missioni saranno di nuovo gestite dalle amministrazioni centrali e non più dai dipartimenti. Rivedremo il noto scenario dell’elefantiasi centralista che non garantisce controlli efficienti bensì soltanto inefficienze intollerabili.
Il ministero sta muovendo vari rilievi agli statuti approvati dalle università. Si richiama il principio che tutte le decisioni sostanziali debbano essere di pertinenza dei Consigli di amministrazione, incluse quelle relative all’offerta didattica. È legittimo chiedersi cosa ci stiano a fare i docenti, salvo che eseguire come automi  le direttive dei Consigli. S’insiste sul fatto che la didattica deve essere di esclusiva pertinenza dei dipartimenti anche per i corsi interdipartimentali. Sarà divertente vedere chi gestirà le lauree magistrali per la formazione degli insegnanti e il TFA, che richiedono una molteplicità di apporti interdisciplinari che solo una facoltà può coordinare.
Ma gli aspetti più sconcertanti vengono dal modo con cui la nuova Agenzia per la valutazione dell’università e della ricerca (Anvur) procede alla valutazione della ricerca svolta negli anni passati e determina i criteri per le idoneità nazionali dei nuovi docenti. Circa questo secondo aspetto non sarebbe stato meglio lasciare la massima libertà di reclutamento, e poi giudicare i risultati? Invece, ha prevalso il vizio di stabilire le regole a priori, limitando al massimo l’autonomia di giudizio. Quanto al compito di valutare il passato, è un’ineccepibile funzione istitutiva dell’Anvur. Ma c’è da eccepire, eccome, sull’ortodossia bibliometrica dell’Anvur, che si è mostrato sordo e brutale nei confronti di qualsiasi obbiezione proveniente dalla comunità universitaria. All’estero si moltiplicano le critiche nei confronti di sistemi di valutazione claudicanti ed è recente la decisione del ministero australiano della ricerca di abbandonare le valutazioni bibliometriche e di tornare a un sistema di valutazione di contenuto e disciplinare. Poiché arriviamo per ultimi non era meglio fare una scelta oculata invece di adottare, con il tipico fondamentalismo dei neofiti, sistemi profondamente discutibili, che prescindono completamente dalla qualità e dal contenuto delle pubblicazioni? Invece, anche qui trionfa il dirigismo tecnocratico: si attribuisce un potere incontrollato a un gruppo di persone “indipendenti”, dove “indipendenza” significa soltanto arbitrio: come quando, a dispetto del buon senso, si decreta che un libro pubblicato in una qualsivoglia lingua straniera valga comunque di più di un libro pubblicato in italiano; oppure si producono classifiche di merito delle riviste del tutto opinabili. La valutazione “oggettiva” e “scientifica” ha i piedi d’argilla dell’arbitrio.
Intanto i panel di valutazione mobilitano centinaia di persone che, per un paio di anni almeno, non faranno altro, non faranno più ricerca e si riprenderanno a fatica da una simile prova. Giorni fa, un collega di un paese centralista come la Francia mi diceva: «Come avete potuto inventare una simile follia burocratica che noi non faremo mai?». Se un guaio affligge questo nostro paese è che l’infernale connubio, per cui i particolarismi corporativi riescono ad aprire spazi a forme di dirigismo che lasciano stupiti persino chi è stato educato al centralismo prefettizio napoleonico. 
(Tempi, 11 aprile 2012)